Con «Marty Supreme» Timothée Chalamet punta all’Oscar

«Marty Supreme» si è preso rapidamente il centro della scena, non solo per il nome del suo protagonista o per l’ormai celebre casa di produzione cinematografica A24, ma perché rimette in circolo un’idea di cinema che oggi si vede più di rado, quella capace di essere autoriale senza essere minuscolo, popolare senza diventare neutro, febbrile senza perdere controllo.
La trama
L’ambientazione è la New York dei primi anni Cinquanta, ricostruita con un’attenzione che non punta alla cartolina nostalgica, ma a un’aria concreta: strade, fumo, sudore, ambizioni che si agganciano alle persone come un vizio.
Al centro c’è Marty Mauser, giovane venditore di scarpe con una sola certezza: non accetta l’idea di restare invisibile. Il suo terreno di conquista è il ping pong, che qui non è un dettaglio pittoresco ma una vera arena narrativa. Marty, interpretato da Timothée Chalamet, entra in quel mondo con la fame di chi vuole essere riconosciuto; e più il traguardo sembra vicino, più la sua corsa si fa pericolosa, perché il film suggerisce subito una verità scomoda: il successo non è soltanto un traguardo, è una forza che modifica chi lo insegue.
La regia
Da sempre il cinema americano racconta la fame di riuscire. Il regista Josh Safdie ribalta la promessa rassicurante: Marty non è un eroe “esemplare” e non cerca l’approvazione dello spettatore; è una creatura di impulso e calcolo, di slancio e manipolazione, e proprio per questo incarna un’ambizione credibile. Il ping pong diventa la metafora perfetta: uno sport di riflessi e scatti, in cui l’errore è immediato, il punto si perde in un attimo.
Safdie, qui alla prima regia senza il fratello Benny dopo titoli dal taglio simile come «Good Time» e «Diamanti grezzi», porta con sé la sua firma: personaggi compressi dentro un tempo che li divora, città che non concedono tregua, tensione che sale scena dopo scena. Ma «Marty Supreme» aggiunge qualcosa: una dimensione più ampia in cui l’ossessione personale si intreccia con un’idea di destino.
Riconoscimenti
Anche per chi non segue la carriera di Timothée Chalamet, è facile capire perché si parli di Oscar: la sua interpretazione non punta al compiacimento, ma al rischio. Chalamet rende Marty affascinante e insopportabile, brillante e fragile, capace di crederci davvero. È una prova fatta di contrasti e sbalzi, in cui il personaggio non chiede di essere amato, chiede di essere guardato.
C’è un’ultima ragione, forse la più preziosa, per cui «Marty Supreme» è il film del momento: dimostra che un film d’autore può ancora essere un evento condiviso.
Lo dimostrano anche i primi record conquistati dal film, diventato il maggior incasso di sempre al botteghino domestico americano per la A24. In un’epoca in cui l’industria tende a dividere tutto in categorie rigide – da una parte il cinema-spettacolo, dall’altra il cinema d’autore – «Marty Supreme» si infila in mezzo e rivendica uno spazio che sembrava restringersi: quello del film ambizioso, popolare e, soprattutto, vivo.
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