C’è un film di Quentin Tarantino in uscita questa settimana nelle sale italiane, ma non è quello che molti appassionati attendono da anni. Non si tratta del decimo e, almeno secondo le dichiarazioni più volte ribadite dal regista, ultimo lungometraggio della sua carriera.
È invece il ritorno di uno dei titoli più celebri, riconoscibili e citati della sua filmografia: «Kill Bill», che torna sul grande schermo nella versione integrale «The Whole Bloody Affair», in sala dal 28 maggio al 3 giugno e disponibile anche al Multisala Oz di Brescia, tutti i giorni alle 19.45, secondo la programmazione.
Un evento più che una nuova uscita in senso stretto, ma anche l’occasione per rivedere in una forma diversa un’opera che, fin dal principio, era stata immaginata come un unico film e poi distribuita in due parti separate, «Kill Bill: Volume 1» nel 2003 e «Kill Bill: Volume 2» nel 2004.
Trama
Al centro della storia c’è Beatrix Kiddo, interpretata da Uma Thurman, anche se per buona parte del racconto viene chiamata semplicemente La Sposa. È un’ex assassina che, incinta, ha tentato di lasciarsi alle spalle il passato e rifarsi una vita. Durante le prove del suo matrimonio, però, viene massacrata insieme agli invitati dalla sua vecchia squadra, la Deadly Viper Assassination Squad, guidata da Bill, suo ex amante, mentore e figura quasi paterna. Colpita alla testa e data per morta, si risveglia dopo quattro anni di coma e scopre di aver perso tutto. Da quel momento inizia una vendetta metodica contro chi l’ha tradita: Vernita Green, O-Ren Ishii, Budd, Elle Driver e, naturalmente, Bill.
Volume 1
La divisione originaria in due film non era soltanto una questione di durata, ma finì per creare due esperienze molto diverse. «Volume 1» era la parte più esplosiva, sanguinosa e immediatamente iconica. Dopo il risveglio della protagonista e il confronto con Vernita Green, il film si spostava in Giappone, tra la katana forgiata da Hattori Hanzo, la storia animata di O-Ren Ishii e il celebre massacro alla Casa delle Foglie Blu contro i Crazy 88.
Era il Tarantino più cinefilo e forsennato, innamorato del cinema di arti marziali, degli yakuza movie, dell’anime, della violenza coreografata e del piacere quasi infantile della citazione. Il film si chiudeva con un taglio netto, lasciando in sospeso la vendetta e aprendo alla rivelazione più importante: la figlia della Sposa era ancora viva.
Volume 2
«Volume 2», al contrario, cambiava passo. Pur restando dentro lo stesso universo, era un film più dialogato, più western, più malinconico. La vendetta proseguiva contro Budd ed Elle Driver, ma il cuore del racconto si spostava progressivamente dal gesto fisico alla resa dei conti emotiva. L’addestramento con Pai Mei, la sepoltura viva, il confronto finale con Bill e l’incontro con la piccola B.B. trasformavano il film in qualcosa di meno frenetico e più intimo.
Se il primo capitolo era un’esplosione di stile, il secondo cercava di dare peso, conseguenze e dolore a quella stessa vendetta. Insieme, i due volumi componevano un’opera squilibrata solo in apparenza: una lunga traiettoria che partiva dal fumetto sanguinario e arrivava al melodramma.
«The Whole Bloody Affair»
La versione integrale «The Whole Bloody Affair» nasce proprio da qui: dall’idea di restituire «Kill Bill» come un unico flusso narrativo. Non è un nuovo film, quindi, ma un rimontaggio che riunisce i due volumi, elimina il finale sospeso del primo capitolo e il riassunto iniziale del secondo, inserisce un intervallo e recupera alcuni materiali diversi o aggiuntivi.
Tra gli elementi più rilevanti ci sono la sequenza della Casa delle Foglie Blu proposta a colori, senza il passaggio al bianco e nero presente nella versione cinematografica americana del 2003, e una parte animata più estesa legata alla storia di O-Ren Ishii. La durata, superiore alle quattro ore e mezza, rende però evidente la natura dell’operazione: non un semplice recupero nostalgico, ma una visione impegnativa, pensata per chi vuole immergersi senza interruzioni nell’universo tarantiniano.
Una prova di resistenza
La domanda, quindi, è legittima: ha senso passare così tante ore al cinema per vedere un film che, in fondo, conosciamo già? La risposta dipende molto dal tipo di spettatore. Per chi non ha mai visto «Kill Bill», la versione integrale può essere un ingresso potente ma non necessariamente il più semplice. Vedere l’opera tutta insieme permette di cogliere meglio l’arco completo della protagonista, il passaggio dalla furia alla ferita, dalla vendetta come impulso alla vendetta come elaborazione del trauma.
La storia appare meno spezzata e più compatta, e il contrasto tra le due anime del film – quella orientale, sanguinaria e stilizzata del primo blocco e quella western, dialogica e sentimentale del secondo – diventa ancora più evidente. Il rischio, però, è che la durata trasformi l’esperienza in una prova di resistenza, soprattutto per chi non ha familiarità con il cinema di Tarantino o con i generi che il regista cita e rielabora.

Per gli appassionati, invece, il senso dell’uscita è più chiaro. «The Whole Bloody Affair» consente di vedere «Kill Bill» come Tarantino lo aveva pensato: non due film autonomi, ma un’unica grande saga di vendetta. Il valore aggiunto non sta tanto nella scoperta di scene completamente nuove o in una trasformazione radicale della trama, quanto nel ritmo complessivo.
Senza il cliffhanger del primo film e senza la ripartenza riepilogativa del secondo, la vicenda scorre come un lungo romanzo cinematografico diviso in capitoli. Si percepisce meglio anche la natura profondamente artificiale dell’opera: «Kill Bill» non vuole sembrare realistico, ma essere cinema allo stato puro, un collage di samurai movie, kung fu, spaghetti western, noir, exploitation e melodramma.
Lo stile Tarantino
«Kill Bill», dopotutto, occupa un posto particolare nella filmografia di Tarantino. Arriva dopo «Le iene», «Pulp Fiction» e «Jackie Brown», quando il regista aveva già imposto il proprio stile, ma prima della fase più storica e revisionista di «Bastardi senza gloria», «Django Unchained» e «C’era una volta a... Hollywood». È forse il suo film più libero, fisico e apertamente cinefilo, quello in cui la trama conta meno del modo in cui viene raccontata. Rivederlo oggi in sala, nella sua forma più estesa, significa anche misurarsi con un cinema che appartiene a un’altra stagione: più lungo, più spavaldo, più radicale nel chiedere allo spettatore di accettare un patto di gioco totale.
Per questo «The Whole Bloody Affair» è soprattutto un’uscita per cinefili e appassionati, più che una reale novità per il grande pubblico. Non promette di riscrivere «Kill Bill», ma di restituirlo in una forma più vicina al suo progetto originario. Vale la pena affrontarlo se si vuole vedere sul grande schermo uno dei cult più riconoscibili degli ultimi vent’anni, con la disponibilità ad accettarne eccessi, squilibri e tempi dilatati. Per chi cerca semplicemente “un nuovo Tarantino”, invece, l’attesa continua. Qui non c’è il futuro del regista, ma uno dei suoi passati più ingombranti che torna a mostrarsi per intero.


