«Ci tenevo a precisare», il nuovo libro del bresciano Salvatti

In uscita martedì 3 maggio. Il giornalista e scrittore: «Uno sguardo non scontato sulle cose della vita»
Il giornalista e scrittore bresciano Matteo Salvatti
Il giornalista e scrittore bresciano Matteo Salvatti

La scrittura sempre «come mezzo, mai come fine», per veicolare il proprio pensiero, perché l’importare è restare fedele al motto «rem tene verba sequentur» (bada di avere i contenuti, le parole verranno da sé). Nel caso di «Ci tenevo a precisare. Uno sguardo non scontato sulle cose della vita» (SugarCo, 16 euro, in uscita il 3 maggio), il bresciano Matteo Salvatti propone riflessioni che spaziano dalla burocrazia ai cambiamenti, dal mistero ai privilegi, dal gusto agli eroi; parole capaci di incidere e scrollare dal torpore della retorica.

Giornalista e scrittore (già vincitore di premi letterari), Salvatti di se stesso dice: «Ho cominciato a scrivere prima di imparare a leggere... A quattro anni battevo i tasti, ovviamente a caso, a macchina. Mia madre è stata un’insegnante di Lettere, mio padre ha lavorato all’Editrice La Scuola a Brescia e prima in altre case editrici a Milano; in casa mia i regali erano i libri».

Qual è stata la genesi del volume ed in quale genere potremmo collocarlo, in quanto ideale dialogo con i grandi pensatori, scrittori e scienziati del passato?

Io sono nato lo stesso mese, giorno e perfino ora di quello che è un po’ il mio maestro, Giuseppe Prezzolini, soltanto cento anni dopo: 27 gennaio 1882 lui, 27 gennaio 1982 io. Una particolare coincidenza che ho sempre visto benaugurante. Ed in quel campo io coltivo gli stessi ortaggi: un giornalismo di costume, aforismatico, divulgativo ma non gossipparo, con accenti citazionistici che non costituiscono sfoggio di erudizione, ma l’umiltà di appoggiarsi a pensatori influenti per corroborare le proprie tesi. I miei libri, editoriali, corsivi, sono tutti nel solco di quello spazio che si chiamava «elzeviro» che ha avuto in Longanesi, Flaiano, Savinio alti rappresentanti.

È vero che, in una società dove l’informazione è compulsiva, c’è urgenza di tornare ad affrontare i grandi e piccoli problemi della vita con profondità?

È certamente un privilegio il poter accedere a moltissime informazioni, tuttavia, per fare un paragone clinico, queste sono carboidrati, facilmente spendibili sul momento, ma i mattoni sono le proteine. E quelle non si immagazzinano con la zolletta di zucchero per strappare l’ultimo sprint in prossimità dell’arrivo: accumuliamo dati senza i fondamenti.

Quanto è stata importante e utile la sua professione di giornalista nella realizzazione di questo lavoro?

Non c’è incompatibilità tra i due ruoli di giornalista e scrittore. Albert Camus era un reporter. L’essere giornalisti (perché non si «fa» i giornalisti, si «è» giornalisti, e lo si è anche quando non si esercita più) aiuta a inquadrare la realtà con l’occhio dei lettori e non solo con le proprie diottrie, o meglio, miopie, come talvolta capita agli scrittori puri.

Quale messaggio vuole trasmettere?

I miei lettori rappresentano davvero una platea generalista. Nelle presentazioni (e con questo libro toccherò tutte le regioni) incontro il giovane notaio accanto all’anziana casalinga, la teenager che colleziona piercing e il sacerdote dell’Opus Dei. I temi che tratto travalicano l’ufficio anagrafe, o le cornici con i diplomi. Mi sento come una mulattiera: chiunque può transitarvi, talvolta frettolosamente, altre volte con cautela, altre ancora calpestando l’erba; ma si sa che l’erba calpestata diventa sentiero.

Consiglierebbe a un giovane di fare della scrittura la propria professione?

Mi sono sempre chiesto chi vive con le parole cosa commerci: vende idee? Smercia perifrastiche? Piazza sogni o valori? Un tempo nelle redazioni si parlava di «passionaccia» per indicare quello che era visto come il mestiere più bello del mondo. C’era chi, cinicamente, invece si rifugiava in un: «Sempre meglio che lavorare». Prima dei social l’ambizione era quella di diventare una firma, ora invece va di moda essere un volto. È talmente ostico questo settore che lo si fa solo se si soffre di grave dipendenza, non è più un rifugio, un buen retiro per nessuno.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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