Il camuno Iuri Moscardi: «Il mio Pavese uncut per i lettori d’America»

Il docente e ricercatore ha curato l’inedita versione integrale, in lingua inglese, di «The Craft of Living»
Ilaria Rossi

Ilaria Rossi

Giornalista

Un'illustrazione che ritrae Cesare Pavese - realizzata con ChatGpt
Un'illustrazione che ritrae Cesare Pavese - realizzata con ChatGpt

Ci sono voluti quasi settant’anni, ma è grazie al lavoro di un professore bresciano che finalmente anche i lettori di Stati Uniti e Canada potranno leggere il diario di Cesare Pavese nella sua forma originaria. O, come si direbbe oggi, «uncut», ovvero senza tagli di sorta. È stato pubblicato poche settimane fa dall’University of Toronto Press il volume «The Craft of Living», traduzione in lingua inglese de «Il mestiere di vivere», a partire dal manoscritto vergato dallo scrittore morto suicida a Torino nell’agosto del 1950.

A curare la prima trasposizione completa è il camuno Iuri Moscardi, grande esperto di Pavese, da anni negli Usa dove lavora come docente e ricercatore.

La copertina di The Craft of Living
La copertina di The Craft of Living

Professor Moscardi, come è nata la sua passione per Pavese?

Ho frequentato il Liceo Scientifico a Breno e dopo cinque anni di matematica e algebra ho capito di averne abbastanza. Quindi mi sono iscritto a Lettere Moderne a Milano e durante il primo anno ho frequentato un corso intitolato «Il romanzo del ritorno» che comprendeva «La luna e i falò». Non l’avevo mai letto prima e non lo conoscevo, ma ho riconosciuto certe atmosfere. Provengo dalla Valcamonica e in quelle vicende di contadini ho ritrovato storie familiari che mi erano state raccontate. Oltre alla grandezza del libro, ho percepito subito una forte connessione personale.

È così che ha deciso di farne materia della sua tesi di laurea?

Nell’elaborato finale della triennale ho approfondito la fine del mito americano ne «La luna e i falò». Per la tesi di laurea magistrale volevo invece ragionare sull’«Antologia di Spoon River» nella traduzione di Fernanda Pivano e la relazione con l’album di De André. Ma il destino ha voluto che nella biblioteca della Fondazione Benetton, dove è raccolto e catalogato il materiale della Pivano, mi imbattessi in un suo dattiloscritto degli anni ’40 con le correzioni autografe di Pavese.

E che cosa ha scoperto?

Il documento mi ha permesso di smentire la decennale convinzione che Pavese avesse solo contribuito alla traduzione. Era impensabile che la Pivano, alle prime armi, avesse fatto tutto da sola. E infatti il loro fu un lavoro a quattro mani. Questo è diventato il focus della mia tesi, che nel 2012 ha ottenuto il Premio Pavese. E lui, da quel momento, è entrato stabilmente nella mia vita.

Il docente e ricercatore Iuri Moscardi
Il docente e ricercatore Iuri Moscardi

Lei adesso vive e insegna negli Usa, dove ha curato la prima traduzione in lingua inglese dell’edizione completa de «Il mestiere di vivere». Ce ne parla?

L'idea della traduzione è nata dal professor Luigi Ballerini, che ha insegnato per molti anni negli Usa ed è noto per la traduzione dell’«Antologia di Spoon River» del 2016. Sapendo della mia passione, qualche anno fa mi ha chiesto di occuparmi del diario di Pavese, che aveva parecchi problemi nel mondo anglofono.

In che senso?

Già nella prima edizione italiana del 1952, curata da Calvino e Ginzburg, vennero fatti dei tagli, figli di quel tempo. Quando negli anni ’60 il libro venne tradotto negli Usa, non solo non furono integrate le parti mancanti, ma come era pratica comune all’epoca, il traduttore omise i passaggi più ostici. Solo nel 1990 Einaudi ha pubblicato in Italia un’edizione basata sul testo autografo, mai però tradotta in inglese.

Una lacuna che lei ha finalmente colmato un mese fa quando l’University of Toronto Press ha pubblicato «The Craft of Living». Che tipo di lavoro ha comportato?

Ho avuto la fortuna di essere affiancato da una persona bilingue, Julian Sachs, con cui ho curato il testo. Lui si è occupato della traduzione e io della revisione, dell’introduzione accademica, della cronologia e delle note. Sono circa 700 e hanno l’obiettivo di rendere il testo il più accessibile. E poi c’è la bellissima copertina, un’illustrazione di Francesco Lopomo per la Fondazione Cesare Pavese, che ce l'ha gentilmente concessa.

I suoi studenti americani Pavese lo leggono?

Mi è capitato di assegnarlo. Nei romanzi non usa un linguaggio difficile, non ci sono troppe subordinate ed è accessibili anche a chi ha meno dimestichezza con l’italiano. «Il mestiere di vivere» però è un’altra cosa. La parte che va dal 1935 al 1938 circa è un vero e proprio diario. Pavese si rivolge solo a se stesso, senza fornire spiegazioni, identificazioni o contesti. Si riferisce a persone usando le sole iniziali e non è sempre facile entrare nel suo mondo. Quando iniziano gli anni ’40, invece, diventa consapevole di un’eventuale pubblicazione e inizia a scrivere con in mente un pubblico. Così il testo diventa più accessibile e la forma si fa più chiara.

Questa nuova traduzione avvicinerà nuovi lettori a Pavese. Era il suo obiettivo?

Il mio, come quello di altri progetti recenti. I romanzi di Pavese erano stati tradotti in inglese già negli Cinquanta e le poesie negli anni Sessanta, visto che era considerato uno dei più importanti scrittori italiani. Il fatto che si fosse suicidato gli conferiva inoltre un’aura che lo rendeva attraente. Col tempo aveva perso rilevanza, ma di recente c’è un nuovo interesse nei confronti di uno scrittore capace di parlare un linguaggio universale e di concepire messaggi di un’attualità disarmante.

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