Cesare Pavese, 75 anni dalla morte del letterato che celebrò la vita

«Quando il maître d’hotel dischiuse la porta, un gatto s’intrufolò nella stanza...». Fu dunque d’un indifferente felino, in quel 27 agosto 1950 domenicale, il primo sguardo sull’esito del tragico addio al mondo che uno dei più significativi scrittori e intellettuali del ’900, Cesare Pavese, sulla soglia dei 42 anni (li avrebbe compiuti il 9 settembre), aveva dato ingerendo una quantità letale di sonniferi al torinese Hotel Roma.
Il libro
Comincia da questo (fantasioso?) dettaglio il recente insolito saggio «Hotel Roma» (Edizioni di Atlantide, 158 pagine, 24 euro) del 34enne giornalista-scrittore francese Pierre Adrian che già all’esordio, ne «La pista Pasolini», aveva raccontato la fine d’un altro grande intellettuale. Insolito poiché narra un’esperienza conoscitiva itinerante, quasi una riedizione 3.0 del goethiano «voyage en Italie», fra reportage a Torino e altri luoghi pavesiani e ricostruzione del vissuto umano e letterario dello scrittore nato a Santo Stefano Belbo nel 1908.
Adrian lo fa da ammiratore di Pavese e della cultura italiana – «come se questo paese e questa gente fossero i soli, in fondo, capaci di rispondere alle mie domande» annota – guidando con grazia di scrittura e riflessioni filosofiche il lettore sulle orme dello scrittore, ma soprattutto dell’uomo di sofferta complessità.
Omaggio allo scrittore
Non, dunque, un resoconto del macabro epilogo, bensì una partecipata narrazione delle sue premesse esistenziali; così rispettando ciò che l’autore de «Il mestiere di vivere» lasciò scritto a penna sulla prima pagina d’una copia di «Dialoghi di Leucò» (1947) sul comodino della modesta n. 346: «Perdòno tutti e a tutti chiedo perdòno. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi. Cesare Pavese».

Quello del saggista non è un racconto lugubre, né triste: è un omaggio a chi ha vissuto e perduto il senso di esistere, un inchino argomentato fra titoli d’opera e contesti di vita, alla grandezza dello scrittore e una malinconica carezza alla più esile resilienza nel suo sghembo esistere con illuminata capacità letteraria. Ricordandone l’importante ruolo anche come traduttore e importatore editoriale (per Einaudi) della letteratura americana (fra cui il «Moby Dick» di Melville), il saggista evidenzia che «come i ramponieri fiancheggiano la morte, e sfidano il Leviatano, Pavese viveva ossessionato dal suicidio». E vede sentore della fine annunciato già ne «Il mestiere di vivere»: «... tutto questo fa schifo. Non parole. Non scriverò più».
Vita e letteratura
In «Hotel Roma» emerge, narrato come fantasmatica guida da seguire, la complessa interezza pavesiana; non solo l’uomo che si arrese al suo disagio. Il saggista disvela il letterato fecondo che «non celebrò né la solitudine né la disperazione: le sopportava senza compiacersene... dava a chi lo leggeva la voglia di vivere come i suoi personaggi». E sottolinea la propria identificazione nei testi pavesiani, quel suo ambire a «non già leggerlo, ma viverci dentro».
E non dimentica il Pavese «privato», quello invaghito e spesso disilluso dalle donne che, l’attrice americana Constance Dowling per tutte, lo considerarono una parentesi fino a spingerlo a scrivere: «Pensa male, non ti sbaglierai. Sono un popolo nemico, le donne», sebbene nel diario esortò poi anche «bisogna diventar più donna». E comunque il cronista francese nega la semplificazione: non fu suicida per amore che fu, semmai, la goccia in un vaso già colmo.
Labirinto di solitudine
Il libro illustra il meandrico scrittore: quello che, pur maestro di solitudine, soleva far visite nella redazione della Einaudi o passeggiare e poi fermarsi in qualche «piola»; quello che amava visceralmente le sue colline e ammoniva «viaggiare è una brutalità...» forse memore di come, pur non essendo esplicito dissidente, fu esiliato per sette mesi dai fascisti in un paesino calabro. Ma c’è luce di gratificato abbandono nel ricordo della sua dolce emozione per il premio «Strega» ottenuto per «La bella estate» solo due mesi prima dell’addio.

C’è, se non tutto, tanto Pavese in «Hotel Roma», itinerario «dentro» colui che nel diario lasciò scritto ciò che campeggia sul muro della casa natale: «La mia parte pubblica l’ho fatta – ciò che potevo. Ho lavorato, ho dato poesia, ho condiviso le pene di molti». Persino un gatto l’avrebbe ringraziato di questo...
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