«Quando il maître d’hotel dischiuse la porta, un gatto s’intrufolò nella stanza...». Fu dunque d’un indifferente felino, in quel 27 agosto 1950 domenicale, il primo sguardo sull’esito del tragico addio al mondo che uno dei più significativi scrittori e intellettuali del ’900, Cesare Pavese, sulla soglia dei 42 anni (li avrebbe compiuti il 9 settembre), aveva dato ingerendo una quantità letale di sonniferi al torinese Hotel Roma.
Il libro
Comincia da questo (fantasioso?) dettaglio il recente insolito saggio «Hotel Roma» (Edizioni di Atlantide, 158 pagine, 24 euro) del 34enne giornalista-scrittore francese Pierre Adrian che già all’esordio, ne «La pista Pasolini», aveva raccontato la fine d’un altro grande intellettuale. Insolito poiché narra un’esperienza conoscitiva itinerante, quasi una riedizione 3.0 del goethiano «voyage en Italie», fra reportage a Torino e altri luoghi pavesiani e ricostruzione del vissuto umano e letterario dello scrittore nato a Santo Stefano Belbo nel 1908.



