La fraternità del cardinale Vesco: non buonismo, ma virtù ruvida

Il porporato, vescovo di Algeri, a tutto campo su una delle grandi parole del cristianesimo, al centro del suo nuovo libro
Il cardinale Jean-Paul Vesco
Il cardinale Jean-Paul Vesco

La fraternità che descrive, e vive quotidianamente, non è un sentimento mieloso, ma una virtù «ruvida». È la capacità di riconoscere l’altro come «persona degna di fede», indipendentemente dal credo. Sogna una Chiesa dove la parola di ciascuno – uomo o donna, laico o chierico – abbia lo stesso peso. Non è un caso che egli citi spesso la necessità di dare alle donne un posto di rilievo nel governo della Chiesa: non come concessione, ma come esigenza di quella verità che sola rende liberi. Il cardinale Jean-Paul Vesco ha sintetizzato tutto questo nel libro «L’audacia della fraternità», Libreria Editrice Vaticana.

Chiesa di frontiera

Quando il 6 ottobre 2024 papa Francesco pronunciò il nome di Jean-Paul Vesco tra i nuovi cardinali, il mondo vide il riconoscimento di una Chiesa di frontiera. Ma per Vesco, quel momento non è stato un traguardo, bensì l’amplificazione di una missione già scritta tra le sabbie dell’Algeria e i corridoi dei tribunali francesi: la radicale, audace costruzione della fraternità. Il volume della Lev raccoglie questa eredità, offrendo una sintesi potente tra biografia e manifesto ecclesiale.

La gioventù e la svolta

La storia di Vesco non nasce nei corridoi di un seminario, ma tra i banchi di giurisprudenza e la passione per la politica locale a Lione. Giovane avvocato di successo, la sua traiettoria sembrava destinata ai vertici della società civile francese. Eppure, nel cuore di una carriera folgorante, emerge un «senso di vuoto» che nessuna vittoria legale può colmare.

La svolta arriva a Lisieux, nel 1994, durante l’ordinazione di un sacerdote: una chiamata che non è un obbligo, ma un invito alla libertà. «Se vuoi essere felice, seguimi», sembra dirgli Cristo. Scegliendo i domenicani, Vesco non rinuncia alla sua vocazione per la giustizia, ma la trasforma. La sua formazione giuridica e politica diventerà lo strumento per gestire con «verità e fermezza» la provincia domenicana di Francia e, successivamente, la diocesi di Orano. Ma è l’incontro con l’Algeria a plasmarlo definitivamente

L’Algeria di Vesco è quella ferita dal decennio di violenza e dalla morte di Pierre Claverie e dei monaci di Tibhirine. È qui che il futuro cardinale scopre la potenza del termine arabo khouya (fratello mio). In un Paese a stragrande maggioranza musulmana, la Chiesa non ha potere, non ha grandi numeri; ha solo la sua presenza. In questo contesto, ispirato da Charles de Foucauld, Vesco comprende che la missione non è proselitismo, ma «essere fratelli di tutti».

Il clericalismo

Uno dei punti più provocatori del libro riguarda la critica al clericalismo. Vesco, pur essendo cardinale, rivendica semplicemente il titolo di «fratello». Egli contesta la «paternità spirituale istituzionalizzata», vedendo in essa il rischio di una «infantilizzazione a vita» dei fedeli. Per il domenicano, la gerarchia deve cedere il passo alla corresponsabilità. Questa visione si sposa perfettamente con la sinodalità promossa da papa Francesco. Il cardinale non separa mai la dimensione spirituale da quella sociale. Il motto della Repubblica Francese – «Liberté, égalité, fraternité» – viene passato al setaccio.

Un passaggio importante del libro riguarda la critica del clericalismo
Un passaggio importante del libro riguarda la critica del clericalismo

Fraternità aperta

Se libertà e uguaglianza possono essere garantite dalle leggi, la fraternità è l’unica che non può essere decretata: appartiene al cuore e alla volontà del singolo. Vesco denuncia la carenza di questa dimensione nelle società occidentali, dove la solidarietà burocratica ha sostituito il calore dell’incontro umano. L’audacia sta proprio qui: nel voler vivere una fraternità aperta, che non si ferma ai confini della propria comunità. Sia essa la nazione, la parrocchia o la famiglia, ogni cerchio chiuso è per Vesco una sconfitta del Vangelo. Egli guarda alle ferite della storia – come il colonialismo – con onestà brutale, chiedendo alla Francia e alla Chiesa di guardarsi allo specchio per ritrovare quel «sogno di fratellanza» che solo può salvare il secolo.

L’impegno

L’audacia della fraternità non è un manuale di teoria, ma un invito all’azione. Jean-Paul Vesco ci consegna l’immagine di una Chiesa che «cammina dal basso», che preferisce la semplicità dei gesti alla magniloquenza dei discorsi. È l’invito a riscoprire Dio che si fa prossimo, che prepara la colazione ai suoi amici sulla riva del lago. In un’epoca di populismi e polarizzazioni, il messaggio di Vesco è una sfida diretta: siamo capaci di essere «custodi dei nostri fratelli»? La risposta, per il cardinale domenicano, risiede in una scelta quotidiana di audacia. Perché senza questo coraggio di essere fratelli, il mondo non è solo più povero; è destinato a non essere affatto.

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