Quanta eredità hanno lasciato gli «enigmi» di De Chirico

È lo stesso De Chirico, quando rifà se stesso negli anni Settanta, a decretare cosa resta della Metafisica a mezzo secolo di distanza dalla sua dirompente apparizione sull’orizzonte artistico italiano ed europeo: un alfabeto di immagini, di icone ormai entrate nell’immaginario collettivo, da giocare come elementi componibili nel salotto di un’arte che ha già virato al Pop e si sta preparando alla rivoluzione del Postmoderno. Archeologia giocosa, quasi a smentire la profondità concettuale di una ricerca tutta introspettiva che era nata in contrapposizione alla vitalità del Futurismo e delle avanguardie, per portare alla luce l’enigma dell’esistenza e i fantasmi dell’inconscio, andando «oltre le cose reali» (metà ta physikà, appunto).
Già Savinio, che di Giorgio De Chirico era fratello e ne condivise le ricerche, aveva riempito di giocattoli le sue poltrone giganti che ingombravano angusti salotti borghesi e le sue isole disegnate come zattere alla deriva su un oceano cupo e ostile. Come dire: che altro è l’esistenza umana se non il baloccamento di un qualche dio crudele e annoiato?
La mostra
Nessuna contraddizione, quindi, nella fioritura di filiazioni – tra riprese, variazioni sul tema, ispirazioni e citazioni più o meno letterali – che l’opera di De Chirico (soprattutto) e dei colleghi che lo accompagnarono per un breve tratto (Savinio, Carrà, De Pisis, Morandi) generò lungo il corso del Novecento e oltre, e che la mostra in corso fino al 21 giugno a Palazzo Reale di Milano, a cura di Vincenzo Trione, si prefigge di illustrare.
Più Metafisiche che Metafisica, parafrasando il titolo dell’esposizione, quindi. In un percorso che tralascia l’indagine sulle radici delle prime opere dechirichiane (la fascinazione per il simbolismo di Böcklin e Klinger, l’influenza della poesia di Leopardi e della filosofia di Nietzsche e Schopenhauer mediate dal critico e poeta Giovanni Papini nell’ambiente fiorentino) per concentrarsi fin troppo brevemente – un paio di sale – su quella congiuntura che fece incrociare i protagonisti a Ferrara nel 1917, e raccontarne invece l’ampia eredità non sempre compresa, spesso tradita.

Quasi un paradosso, per un movimento che tale non fu, e che al momento della nascita consumava già la propria fine. Dopo l’incontro tra De Chirico e Carrà all’Ospedale psichiatrico della città emiliana in cui entrambi erano stati ricoverati, e la condivisione delle ricerche artistiche che avrebbe dato origine ad opere fondamentali come gli interni metafisici costruiti con squadre e biscotti di De Chirico, l’«Ovale delle apparizioni» di Carrà tra architetture e manichini, le nature morte in cui Morandi inscatola bocce e birilli, già nel 1919 il gruppo – che pure mai era stato – veniva sciolto, non senza polemiche. L’ex futurista Carrà sperimentava i primi paesaggi arcaizzanti, Morandi allineava bottiglie e vasi sul tavolo del suo studio, e De Chirico avviava un personale percorso che avrebbe attraversato una fase neobarocca per approdare alla Neometafisica dagli anni Sessanta.
Gli eredi
Ma il seme era gettato. La rilettura della classicità sarà fatta propria dagli artisti di Novecento, anche con declinazioni ideologiche – le figure monumentali di Sironi, le architetture stilizzate di Piacentini e Muzio per le piazze fasciste in antitesi al razionalismo europeo – e le atmosfere enigmatiche e rarefatte del “grande metafisico” torneranno nel realismo magico di Casorati, negli Italiani di Parigi come Tozzi e Paresce, fino addirittura al surrealismo di Max Ernst («Giustizia o macelleria», 1919) e Dalì («Bozzetto per il sipario di El Café de Chinitas», 1943).

Un «arcipelago metafisica» che attraversa il ventesimo secolo riproponendo di De Chirico soprattutto l’iconografia. Se ne impossessano Andy Warhol e il Pop italiano (Schifano, Festa, Ceroli, Pozzati), i Postmoderni nel recupero della figurazione (le ceramiche di Ontani, i “manichini” di Paladino, qui presente con la «Stele» del 2000 da cui trarrà la statua per piazza Vittoria a Brescia). Ancora, le declinazioni concettuali di Giulio Paolini («Piazza d’Italia» del 2001 e «Guardare» del 2023), Calzolari («Natura morta», 2006) e Parmiggiani (l’impronta delle bottiglie morandiane ottenuta con fumo e fuliggine).
Si attraversano le sezioni dedicate all’architettura (Aldo Rossi, in primis), alla fotografia (con i ritratti dei protagonisti), al cinema e al teatro (le scenografie), alla musica e alla moda, per arrivare a quello che il curatore considera l’epigono metafisico per eccellenza, Francesco Vezzoli. La sua «Musa della satira» (2023) costruita assemblando la testa di un manichino su una statua acefala romana del I secolo, dialoga con le riproduzioni realizzate dallo stesso De Chirico negli anni Sessanta di sue opere storiche. In un gioco ingannevole di citazioni e recuperi in cui il tempo è continuamente smentito. Ma si sa – insegna la Metafisica – il tempo è un enigma e un inganno.
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