Tra eros e surrealismo, in Cavallerizza le mostre di Brass e Skoglund

Sfida tra opposti: l’erotismo godereccio di Tinto Brass e le allucinazioni della staged photography di Sandy Skoglund
Le fotografie di Sandy Skoglund
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Le fotografie di Sandy Skoglund

Due modi d’intendere la fantasia e la materia che più lontani non si potrebbe: la corporeità nelle scene dei film di Tinto Brass; l’astrazione negli scenari alieni della fotografa Sandy Skoglund. Amore senza cerebralismi, spesso allegro, sempre vitalistico; e Psiche che genera un concettuale teatro dell’assurdo sono infatti le chiavi ideologiche delle mostre «Tanto di Tinto. L’erotismo secondo Tinto Brass», curata da Renato Corsini con Caterina Varzi, moglie del regista e curatrice del suo archivio; e «Sandy Skoglund. Nel paese delle meraviglie» qui in trasferta dalla galleria bresciana Paci Contemporary di Giampaolo Paci. Ovvero, schegge di cinema popolare che non si vergognava di ponderata trivialità, e frammenti d’un mondo irreale raffinatamente immaginifico.

Difficile trovare due visioni così agli antipodi, ma ecco due mostre abbinate e spiazzanti la routine. Si inaugurano – in collaborazione con Comune di Brescia e Fondazione Brescia Musei per l’ottavo Brescia Photo Festival intitolato «Archivi» –  oggi a inviti alle 18.30 alla Cavallerizza-Centro della fotografia italiana (Brescia, via Fratelli Cairoli 9) e sono visitabili da domani al 7 settembre (h. 15-19 dal martedi al sabato e 9.30-19.30 la domenica).

Tinto Brass

Immagini dalla mostra «Tanto di Tinto»
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Immagini dalla mostra «Tanto di Tinto»

Quella su Giovanni «Tinto» Brass è basata sugli scatti del noto fotografo di scena Gianfranco Salis (Roma, 1949) che per decenni ha frequentato i set del regista, sceneggiatore e produttore milanese di nascita, ma veneziano d’elezione. Oggi 92enne, lucido benché costretto su una sedia a rotelle dopo un ictus nel 2019, Brass ha concordato da Roma, dove vive, contenuti e forme di questa sua fotografica retrospettiva fatta d’una novantina fra stampe a colori dai film e in biancoenero dai backstage. In parte montate a pannelli in cui, con la locandina del film e gli scatti di scena, compaiono un ritratto di Brass e una sua riflessione o aneddoto: per «La chiave» con Stefania Sandrelli, per esempio, la chiosa d’autore è provocatoria: «Stefania era orgogliosa d’aver dimostrato alle colleghe di saper recitare anche con il c...».

Gianfranco Salis, Claudia Koll sul set di «Così fa tutte», 1992, courtesy Archivio Tinto Brass
Gianfranco Salis, Claudia Koll sul set di «Così fa tutte», 1992, courtesy Archivio Tinto Brass

Tintobrassianismo puro, espressione ridentemente oltraggiosa del suo godereccio cinenarrare, fra ironia e grevità, di donne belle e maliziose – da Claudia Koll a Serena Grandi, da Debora Caprioglio a Francesca Dellera, da Anna Galiena alla (all’epoca futura) moglie Caterina Varzi –, mostrando quanto bastava a scandalizzare il benpensare, ma senza trascendere nel pornografico che anzi sprezzava come morte della sensualità ed erotismo.

Ecco dunque nell’obiettivo di Salis, oltre ai ritratti d’un Tinto spiritato direttore d’orchestra con bacchetta o in iconico profilo con sigaro, scene dai set de «La chiave», «Miranda», «Paprika», «Così fan tutte», «Monella»... Coriandoli d’una cinematografia a-censoria forte d’un millantato «le mie attrici mi hanno (idealmente, ndr) amato, ma non ne ho mai molestata nessuna».

Sandy Skoglund

Invece entrare nei mondi di Sandy Skoglund, maestra del genere staged photography, dopo la corporeità di Brass è come avere lisergiche visioni allucinatorie. «Senza la fotografia – ha sottolineato la quasi 79enne artista del Massachusetts che Paci Contemporary da sempre rappresenta – l’arte concettuale si cancellerebbe... In questa forma la mia arte può essere recepita come un dipinto, una finestra aperta su un altro mondo. È questa d’altro canto la ragione per cui lavoro con la macchina fotografica; spesso mi chiedono perché non realizzo le immagini al computer: cambierebbe il significato. Sapere che ciò che guardiamo è esistito davvero, modifica la nostra percezione».

Che poi quel «davvero» sia, visivamente, surreale, talora angosciante, è la forza subliminale di quelle accurate mise-en-scène. Skoglund ci propone il suo immaginato – ma tangibile poiché concretamente allestito utilizzando schiere di modelli di animali e oggetti – caleidoscopio di stanze&paesaggi monocromaticamente coloratissimi e concettualmente intriganti. Scene (concepite e minuziosamente montate prima di fotografare in largo formato l’installazione) in cui la presenza umana spesso è simulacro o comunque ammonisce dentro un estetizzante e straniante «paese delle meraviglie».

Fra carnalità di Brass e metafisica di Skoglund – visioni sideralmente distanti, ma facce d’una stessa Luna – ecco la comunione: quella della fantasia libera e sfrenata.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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