Da molti anni Maurizio Donzelli interroga le possibilità della percezione, costruendo immagini nelle quali il rigore del progetto convive con l’instabilità dello sguardo, e la forma sembra continuamente offrirsi a nuove interpretazioni. «Incantamenti», la mostra organizzata dall’associazione CoArtCo di Bagnolo Mella, porta nelle sale di Palazzo Bertazzoli alcuni nuclei significativi della sua ricerca, dai lavori su carta e tela ai «Mirrors» e agli arazzi, seguendo quel movimento che dall’esperienza visiva conduce verso una dimensione più intima e individuale. L’evento a cura di Marco Ticozzi, Gianbattista Bonazzoli e Gianpietro Cacciamali sarà aperto al pubblico fino al 25 ottobre (sab e dom ore 15-18).
Donzelli, partiamo dal titolo. Che cosa è per lei un «incantamento»?
Qualcosa che cattura la nostra curiosità e che non passa soltanto attraverso il filtro della razionalità.. Mi interessa molto la dimensione contemplativa dell’immagine. Noi non abitiamo le cose, ma la nostra visione di queste: vorrei che davanti a un’opera ognuno sentisse la libertà di guardarla, perdersi in essa, trovando un proprio metodo di lettura.
È qui che entra in gioco quella che Ticozzi definisce, a proposito del suo lavoro, «pareidolia dell’inconscio»?
Mi interessa che l’immagine non si esaurisca in ciò che rappresenta, ma faccia affiorare nello spettatore qualcosa di inatteso, di personale. I «Mirrors» sono l’esempio preciso di quello che voglio che accada, di fronte a questi due persone hanno visioni leggermente diverse. È questa la forza dell’immagine, non affermare teoricamente che il mondo non è oggettivo, ma metterti quella differenza davanti agli occhi, renderti consapevole che esiste una relazione mutevole tra noi e le cose.

E anche l’artista, allora, non controlla fino in fondo ciò che accade.
Esatto. È il contrario di quell’idea totemica dell’artista, l’autore-regista che ha il pieno controllo, in realtà anch’io sono spettatore e c’è qualcosa di me che non conosco e che ogni volta si rivela nell’opera. Non sono soltanto io a fare l’opera, è anche l’opera che fa me.
Eppure il punto di partenza del suo lavoro è spesso molto rigoroso.
Sì, c’è sempre una componente razionale, poi però deve accadere qualcosa che la scombina, che porta ad un livello superiore alla pura progettualità. Altrimenti a che cosa servirebbe l’arte, se non a scoprire qualcosa che attraverso il tuo sguardo si rivela al mondo? Negli ultimi anni tento sempre di più di perdermi in quello che faccio, in un delicato equilibrio tra volontà e perdita di controllo.
In mostra si passa dal disegno ai «Mirrors», agli arazzi, fino ai recenti «Waves». Perché questa necessità di cambiare continuamente linguaggio?
Certi temi, certe immagini, sono delle vere e proprie ossessioni, io le seguo, in un certo modo mi fido di loro e lascio che vadano ad esaurirsi da sole. Di certo non voglio diventare prigioniero di un’immagine riconoscibile. Il pubblico può vedere un «Mirror » e dire subito «questo è Donzelli», mentre davanti a un lavoro differente, si sorprende. Io penso che l’arte debba essere soprattutto una ricerca incessante e, in generale, posso dire che mi interessa molto di più quello che farò domani, rispetto a quello che ho fatto ieri.

La ricognizione proposta dai curatori insiste sul tema della bellezza come traguardo. Che cos’ è oggi la bellezza?
Domanda difficile. Ci sono almeno due piani. Uno è formale, anche una semplice linea su un foglio entra in rapporto con uno spazio, crea un equilibrio o uno squilibrio, questo è il terreno del mestiere, della forma, del colore. Poi c’è un piano etico, sociale, persino psicologico, qui la bellezza è qualcosa che riconosciamo prima ancora di riuscire a spiegarla. Può essere un’opera, una persona per strada, un albero, un tramonto. È ciò che, improvvisamente, ci ferma e interrompe per un momento il flusso delle cose.
È questo che vorrebbe accadesse a chi visiterà la mostra?
Mi piacerebbe che uscisse dicendo «non so bene che cosa ho visto, ma mi è piaciuto, mi ha toccato». Un po’ come se dovessimo descrivere il sapore di una pesca, che tutti riconosciamo perché è profondamente dentro di noi, ma a parole è impossibile.



