Mario Schifano «contro» Bernini, la pop art sfida la Roma papalina

La Roma papalina e le luci della (scellerata) dolce vita. Le committenze papali e quelle dei «nobili» del nostro Novecento (vedi alla voce Giovanni Agnelli). Sotto i cieli della Capitale, notoriamente affollati di proposte d’arte di ogni risma, brillano cariche di luce le stelle di Gian Lorenzo Bernini e Mario Schifano, al centro di due progetti espositivi quantomeno gustosi.
Tra Barocco e il Papa
Anche se a Roma Bernini era di casa, la mostra di Palazzo Barberini ne esalta in particolare il rapporto con papa Urbano VIII (Maffeo Barberini) che di Bernini fece il «suo» artista. In questo allestimento - articolato in sei sezioni - di Bernini si ammirano i primi «colpi di scalpello» al servizio del padreietro, con qualche chicca come «Le quattro stagioni» della Collezione Aldobrandini. In un profluvio di busti (in marmo e bronzo) la scintilla scocca davanti a quello di Thomas Baker, con la ricercatissima resa di baffi e capelli, per non dire della mantella sulle spalle. Se le tele del Bernini pittore incuriosiscono più che suscitare entusiastica ammirazione (pur scandendo le tappe di una maturazione estetica inarrestabile), resta la fascinazione per una maestria prodigiosa nel piegare il marmo al proprio volere, restituendone una visione ricca e svolazzante, ma non priva di intensità.
Prova suprema ne è non solo il San Sebastiano del Museo Thyssen-Bornemisza, ma anche quello - di recente attribuzione - conservato nella chiesa di San Martino a Jouy-en-Josas. Qui San Sebastiano, con il capo reclinato quasi a formare un angolo retto di sofferenza e dolore restituisce un pathos caravaggesco. Un luce dirompente nel trionfo di un’arte, quella dei busti, fatta di laude e maestria. Che Bernini sapientemente mescolava.
La maledizione dell’estro
Dal turbolento e scintillante barocco firmato Bernini (più figlio che padre) bastano pochi passi per immergersi nel brodo primordiale di un artista che, in fin dei conti, è rimasto schiacciato dal proprio personaggio. Mario Schifano è quell’esempio di genio e sregolatezza in cui la seconda soverchia il primo, con il nome di battesimo che divento esso stesso opera. E oscura qualunque creazione. Ma la magniloquente mostra organizzata al Palazzo delle esposizioni regala l’imperdibile occasione di farsi prendere per mano da Schifano e accompagnarlo nella sua parabola artistica, dalle prime produzioni fino all’ondivaga (ma con qualche picco) produzione dei sui ultimi anni.
Come tutti i percorsi cronologici, anche quello dedicato all’artista nativo di Homs fornisce - pur parzialmente - una bussola indispensabile per decifrarne le coordinate. Dopo gli esordi con il Gruppo di piazza del Popolo, Schifano sviluppa ben presto una personale adesione agli stilemi Pop Art, che in lui paiono leggermente striati di oscurità. I suoi Monocromi (che vengono dopo i primi, scarni paesaggi e gli esperimenti con tela e cemento, acme di una scrittura cuneiforme che pare deflorata) privilegiano colori caldi, se non squillanti, ma lasciano un filo di inquieta incertezza. Con quei numeri che campeggiano a bella posta, quasi a fissare il tempo e lo spazio.
Nell’assoluta varietà di una produzione che trasuda urgenza comunicativa, è bello lasciare da parte fidanzate famose e problemi di droga per concentrarsi su testimonianze di livello. Dalle decorazioni per la sala da pranzo di casa Agnelli - un tourbillon di colori e parole - alla forza urticante del «Parto numeroso della moglie del collezionista», con cornice e tela che si fondono senza distinzione.
Piace anche la vis sociale di opere come «Compagni compagni», dove l’uso di spray e smalto sul perspex illumina di plasticoso fascino un grido di protesta. Curiosa - infine - anche la parete di foto ritoccate, così come i cenni al periodo dello Schifano regista. C’è tutto e di tutto, comprese le emozioni, un lascivo gioco di seduzione cui abbandonarsi. La prudenza? Meglio lasciarla fuori.
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