Arte

Cito: «Il lavoro del fotoreporter di guerra non è più quello di prima»

Il fotogiornalista sarà in città domenica 29 marzo per il Brescia Photo Festival 2026: in quest’intervista racconta com’è mutata la professione, dal primo reportage sui minatori del Galles a oggi
Francesco Cito in Palestina nel 1989 - © Francesco Cito
Francesco Cito in Palestina nel 1989 - © Francesco Cito
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C’era una volta il lavoro del fotoreporter. Quello vero, di chi partiva per le zone di guerra e osservava con libertà ciò che gli accadeva attorno. C’era una volta e non c’è più, perché da decenni in guerra ci vanno solo gli «embedded», i fotografi e i giornalisti selezionati a cui le istituzioni governative e militari mostrano solo ciò che è possibile diffondere.

C’è però chi, pur iniziando post-guerra in Vietnam, ha sempre cercato di osservare con purezza le situazioni di conflitto (ma non solo: i suoi reportage sociali hanno la medesima forza). Parliamo di Francesco Cito, nato a Napoli nel 1949, che sarà a Brescia domenica 29 marzo in occasione del Brescia Photo Festival 2026. Quest’anno, infatti, la kermesse dedicata alla fotografia si aprirà – oltre che con i vernissage delle varie mostre – con un weekend di appuntamenti e talk.

L’incontro si terrà alle 10.30 in Cavallerizza, in via Cairoli, e con Cito ci sarà il direttore del Festival della fotografia etica di Lodi, Alberto Prina. Lo abbiamo intervistato in vista della chiacchierata dal vivo dal titolo «Fotogiornalismo oggi, dialoghi contemporanei», a ingresso libero.

Francesco, quale fu il suo primo, primissimo reportage?

Me lo ricordo bene. In Galles, tra i minatori. Scendemmo a circa 800 metri di profondità: faceva un caldo tremendo. Lavoravano inginocchiati in pozze d’acqua. Man mano che avanzavano spostavano i martinetti idraulici. Ogni volta che sentivo il rumore della roccia – un boato secco – non era piacevole per me, che non ero abituato. Per loro invece era normale. La cosa incredibile fu che quel reportage lo pubblicai per la prima volta in Italia su Tv Sorrisi e Canzoni, che allora – come molte altre riviste – dava spazio anche alle fotografie. Lo pubblicarono perché in televisione, ancora in bianco e nero alla fine degli anni Settanta, andava in onda lo sceneggiato «Com’è verde la mia valle», che raccontava proprio la vita dei minatori».

Che emozione provò?

Non saprei dirlo con precisione. Entusiasmo? Sorpresa? Non ricordo. Anche perché la pubblicazione non dipese direttamente da me: avevo conosciuto a Milano, in Porta Ticinese, l’agenzia stampa Farabola. Furono loro a vendere il lavoro.

Poi arrivò la prima copertina per il Sunday Times...

A quel punto ero già un po’ cresciuto professionalmente. Non era più una novità assoluta. Avevo già pubblicato diversi lavori: non ero ancora al massimo dell’affermazione, ma avevo conquistato un certo spazio. Fu comunque una sorpresa. Il Sunday Times aveva un metodo molto preciso nel lavoro sulle fotografie: direttore, photo editor e giornalista si riunivano insieme per valutare le immagini. Guardavano tutto il materiale, discutevano la sequenza. Ti dicevano: «Abbiamo otto pagine, scegli dieci fotografie». Tu consegnavi il lavoro, loro lo impaginavano e poi ti richiamavano per verificare la coerenza del racconto. Quando pubblicarono quel lavoro – «La mattanza», sui tonni in Sicilia – mi dissero semplicemente: «Sarai in copertina», molto a sorpresa.

Francesco Cito, The last mattanza, servizio su The Sunday Times, 1980
Francesco Cito, The last mattanza, servizio su The Sunday Times, 1980

In questo periodo di inasprimento dei conflitti in Medio Oriente cosa pensa, lei che in quelle zone c’è stato molte volte?

Partiamo da un presupposto: il conflitto tra Israele e Iran è di lunga data. Stavolta però è stato innescato anche per salvaguardare la posizione politica di due personaggi che, a mio parere, sono due criminali. Netanyahu è il primo: se perdesse le elezioni in Israele potrebbe finire in carcere per reati finanziari, più che per quelli legati alla guerra. L’altro è Trump, che è ricattabile: pur di salvarsi dalle accuse legate agli Epstein file è talmente sotto pressione che non ha potuto rifiutare di sostenere Israele. Anche per distrarre l’attenzione da ciò che emerge da quei documenti. Probabilmente avevano calcolato che il conflitto si sarebbe risolto molto rapidamente. Pensavano di ottenere lo stesso risultato di qualche mese fa con i siti nucleari. Ma gli iraniani si sono preparati bene: sapevano che prima o poi sarebbe successo. Hanno basi sotterranee. Tutto questo non viene detto apertamente anche per via della censura militare israeliana e di un tacito accordo con molte istituzioni europee e italiane. Sembra che l’America stia vincendo, ma in realtà sta perdendo. Sono stati spesi centinaia di miliardi per sistemi radar e difesa, ma i missili iraniani arrivano comunque ogni giorno e stanno causando distruzioni in Israele. Alla fine non vinceranno.

Francecso Cito, Guerra del Golfo, Arabia Saudita, 1991
Francecso Cito, Guerra del Golfo, Arabia Saudita, 1991

A proposito di censura e oscurantismo, il fotogiornalismo ha ancora lo stesso peso rispetto agli anni Ottanta, quando lavorò per esempio in Afghanistan durante l’occupazione sovietica?

Assolutamente no. In realtà già dagli anni Novanta era diventato molto più difficile. Ma possiamo andare anche un po’ più indietro: l’ultima guerra umana, realmente raccontata dalla stampa, fu la guerra del Vietnam. Lì giornalisti e fotografi erano liberi di vedere con i propri occhi e di raccontare ciò che accadeva. Senza quella stampa non sarebbero mai emersi molti crimini. L’opinione pubblica americana cambiò proprio grazie a quelle immagini e a quei reportage. Dopo il Vietnam arrivò il sistema degli «embedded», ovvero i reporter e fotoreporter integrati nelle unità militari, chiamati proprio a quello scopo. Delegati, di fatto. Vedono e raccontano solo ciò che i militari vogliono mostrare. Successe prima di tutto nella guerra del Golfo: io ero lì e non potevamo muoverci liberamente. Poi non è bastato nemmeno più quello. A Gaza non è entrato un solo fotografo o giornalista occidentale per documentare davvero ciò che accade. Le uniche immagini arrivano da fotografi palestinesi, che purtroppo sono stati eliminati uno dopo l’altro. Parliamo di circa 320 morti tra fotografi e giornalisti palestinesi, uccisi in modo mirato. Non casualmente. La stampa è scomoda: non deve più far sapere.

Francecso Cito, Afghanistan, 1989
Francecso Cito, Afghanistan, 1989

Nella sua carriera ha vinto anche un World Press Photo, con il reportage sul Palio di Siena. Cosa rappresentano questi premi?

La verità? Il World Press Photo non serve a molto. È un titolo onorifico da appuntarsi sul petto, ma non ti dà lavoro. Oggi molti giovani lavorano solo pensando a partecipare al World Press Photo.

Qual è la sua idea sulle nuove generazioni di fotogiornalisti e fotogiornaliste?

Fotografe e fotografi bravi ce ne sono molti. Il problema è che non esistono più i contenitori per pubblicare lavori di un certo tipo. Riviste come L’Europeo o Epoca non esistono più. I giornali offrono sempre meno garanzie.

E il futuro?

Non saprei. Il web non ha sostituito economicamente la carta. I giornali online pagano molto meno. Il New York Times, per esempio, paga circa 250 dollari per una storia. Non vai lontano. Ci sono fotografi straordinari: Giulio Piscitelli, Paolo Pellegrin, Fabio Bucciarelli, Lorenzo Meloni… molti lavorano anche con Magnum. Ma neppure Magnum naviga nell’oro. Come si vive? Lavorando sei o sette mesi all’anno come stagionali. Si mette da parte qualcosa e nei mesi liberi si cercano nuove storie.

Come ci si dovrebbe approcciare oggi alla professione, quindi?

Quando faccio workshop dico sempre che per fare questo lavoro serve una certa dose di masochismo. Se devo essere sincero: lasciate perdere, meglio fare l’idraulico, si guadagna di più. L’unico consiglio che posso dare è uscire dall’Italia e cercare Paesi più attenti alla fotografia. Anche se, a dire il vero, nemmeno all’estero la situazione è migliore.

Una visione piuttosto pessimista.

Sì, e riguarda tutta la fotografia, non solo il reportage. Anche la moda è cambiata radicalmente. Una volta le campagne pubblicitarie muovevano decine di milioni di lire. Squadre di dieci o quindici persone partivano per le Seychelles o le Mauritius. Oggi è impensabile. Si fa tutto in studio, con il computer. Non si usa quasi più nemmeno la pellicola. E adesso c’è pure l’Intelligenza artificiale.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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