Partiamo dalla fine: «Ma Vivian Maier, chi era?». La domanda è legittima – che la ponga il cronista o un collega fotografo come Joe Oppedisano, oggi in platea tra decine di studenti e docenti della Hdemia Santa Giulia e cultori della scrittura con la luce – se l’interlocutore è Joan Fontcuberta. Un gigante della fotografia contemporanea e teorico della post-fotografia che nove anni fa innescò un caso dichiarando che la misteriosa bambinaia-fotografa i cui 100mila scatti furono ritrovati solo nel 2009 dopo la sua morte in realtà non esisteva, non per come la conosciamo: la sua storia sarebbe stata un’invenzione dello stesso Fontcuberta e dello scopritore della raccolta, John Maloof.
Alla domanda il catalano replica con un sorriso: «Se rispondo, il dubbio e la magia sfumano. Posso solo dire che Vivien Maier è viva e presto darà sue notizie. Un indizio: è stata una guerrigliera a Cuba con Fidel Castro, poi, rimasta incinta, è dovuta emigrare negli Usa, dove ha vissuto fingendosi bambinaia per sfuggire all’Fbi». E il coup de théâtre arriva appunto a fine incontro: quando Fontcuberta, messa mano al computer (per recuperare in archivio o creare al momento?), proietta sul maxischermo le immagini inedite che mostrano la Maier in mimetica, macchina fotografica a tracolla, con Fidel in tanta giungla.
Vero e non vero
Quella che ha il sapore di una provocazione è in realtà questione centrale nella ricerca di Fontcuberta, che da anni indaga sul rapporto tra verità e finzione, tra autenticità della fotografia o meno al tempo dell’intelligenza artificiale. Lo fa proponendo a un’aula magna dell’accademia gremita scatti generati dall’AI premiati come autentici e viceversa, foto di Gaza ferita mescolate a immagini identiche create via prompt.
«L’AI ci toglie la benda dagli occhi – spiega l’artista e docente – e ci consente di confrontarci direttamente con la natura della fotografia, che da sempre è a sua volta interpretazione della realtà. Semmai quello che conta, è la lettura che ne diamo come fruitori». L’interrogarsi sull’autenticità di uno scatto o sul suo appartenere al deep fake è relativo, per Fontcuberta «conta di più l’effetto che genera in noi». Se poi ci si sofferma sul valore documentale, quella che subentra è piuttosto la necessità di costruire un fact checking e un rapporto di fiducia. Ma sul come non ho ancora risposte».
Iperproduzione. Le suggestioni sono infinite attorno alla post-fotografia, quella dimensione che «si sovrappone e convive alla fotografia», ma che con il digitale ha privato quest’ultima della sua natura materiale (e con essa «il suo valore di reliquia»), basandosi piuttosto su criteri «di comunicazione e connetività». Basti pensare all’iperproduzione di immagini cui, smartphone alla mano, ricorriamo più come «tracce biografiche» che come documenti: la folla di piazza San Pietro che nel 2013 assistette all’elezione di papa Francesco era intenta a scattare foto dell’istante cruciale, quella che nel 2005 salutò papa Benedetto XVI lo guardava partecipando emotivamente.
«Le fotografie che scattiamo sono più di quelle che riusciamo a vedere» ribadisce Fontcuberta, prima di passare all’impatto di foto di soldati scattate sul fronte ucraino dai droni che una frazione di secondo più tardi si tramutano nei loro killer. Sono le «immagini operative» che si sono aggiunte a quelle artistiche e del fotogiornalismo, ambito per il quale il catalano conferma una crisi: «Il realismo dall’AI arriva a confondere una vera fotografia da una pseudofotografia, una fotografia algoritmica».
Quello che viviamo per il maestro catalano, insomma è un percorso di transizione «dall’homo photographicus all’homo algoritmicus». Passaggio estremo «che si compirà in una decina d’anni, in cui la fotografia come la intendiamo oggi non esisterà più» profetizza Fontuberta. Che poi cassa come baluardo delle vecchie avanguardie anche lo stigma dell’originalità, in favore della intensità dell’effetto delle immagini. Lo stesso di una Genesi affidata all’Ai attraverso la lettura della creazione biblica e tramutata in un video di indiscutibile potenza. Opera d’autore o no? Per Fontcuberta poco rileva. Ai postfotografici l’ardua sentenza. Che in fondo vale anche per Vivien Maier.




