Un rabdomante di immagini, che brandisce la fotocamera anziché la classica forcella di legno a ipsilon, in un fotografare itinerante, occasionale, spontaneo e libero, fissando angoli marginali del territorio, parti residuali di città e dintorni. È Alberto Petrò, 46enne fotografo originario di Camignone, ora con casa&studio a Brescia in via Marsala, del quale domani, giovedì 30 aprile (e fino al 24 maggio) s’inaugura alle 18.30 al Mo.Ca. (via Moretto 78) la mostra «Urban Marginalia» curata da Carlo Sala: 39 immagini a colori e biancoenero sintesi d’una originaria novantina che ha alimentato l’omonimo libro progettato col filosofo Marcello Barison ed edito da Rubbettino (224 pag., 35 euro).
Petrò, che sul suo sito esplicita «la mia fotografia non cerca la verità né la verosimiglianza, ma la meraviglia di quell’istante in cui l’occhio si ferma per la prima volta sulla superficie del visibile», si è accostato all’obiettivo a 18 anni, ma da tempo è un professionista che abbina produzioni su commissione (fashion, pubblicità, aziende...) a progetti artistici come questo «Urban Marginalia» frutto di quattro anni di scatti a Brescia, in Italia e all’estero. Una... dicotomia felice fra due modi e mondi fotografici non semplici da far sposare: «Non li ho fatti sposi – confessa – ma riesco a farli convivere. Anzi, quello delle commissioni mi ha dato modo di viaggiare e alimentare la ricerca artistica; che però pratico rigorosamente con fotocamere differenti, così simbolicamente scindendo i miei mondi espressivi».
Il progetto

I suoi «Urban Marginalia» devono il titolo alle decorazioni a margine dei testi dei codici miniati medievali, ma anche alle annotazioni estemporanee del lettore sulle pagine d’un libro: «Girando città e paesaggi, all’improvviso i miei occhi hanno scoperto scene e residui materiali lontani dalle stereotipate bellezze monumentali o paesaggistiche; niente cartoline, bensì scene ’altre’ di città e territorio. È l’altra faccia di una città e d’un panorama; un volto spesso brutto, certo alieno, ma altrettanto caratterizzante. Fissato in foto non progettate a tavolino, ma pragmaticamente ispirate dalla inattesa scoperta».
In questo percorso creativo – che è anche una sorta di caleidoscopio semantico e antropologico dell’urbanità che guarda a segni materiali spontanei e autogenerati, Petrò ha coltivato la sua «reattività alla suggestione di angoli marginali alla vista, distonici ai contesti, che però fanno da collante, cioè s’innestano nella complessiva struttura urbana e paesaggistica».
Da Montichiari a New York

La prima folgorazione di quegli scorci “freaks” la cui forza espressiva solo l’occhio attento coglie, lo ha avuto anni fa quando «a Montichiari notai un guard-rail accartocciato, forse buttato a lato della strada dopo essere stato sostituito, che anziché uno scarto, una bruttura, mi parve una... scultura d’arte moderna. Fu il primo passo consapevole in una ricerca che ora sfocia in questa mostra. In un altro angolo cittadino, in centro a Brescia, ho colto la facciata d’un palazzo attraversata da una cicatrice in cemento grigio che passa anche sopra il riquadro e la tapparella d’una finestra, quasi l’edificio fosse segato in due verticalmente e suturato. A New York ho ritratto sull’asfalto un tubo di gomma che si arrotola su se stesso e origina una treccina: un dettaglio semplice ma romantico, tenero, quasi cercasse un abbraccio e se lo desse da solo. A Bergamo ho fissato un terrazzino in cui campeggiava una colonna bianca di stile neoclassico attorniata da piante, mentre il balcone di sopra, era stridentemente spoglio e desolato».
Le 39 stampe di «Urban Marginalia» – «due da pellicola nella mia camera oscura; le altre, digitali» precisa – mostreranno quanto la ricerca di Petrò sull’alienazione dei luoghi sia stata fruttuosa. Ora l’attendono «un progetto su Le Corbusier, ancora con Barison», e un altro in Romagna «sul tema del tempo e la stagionalità, che ho concepito a eco della brutta stagione che il mondo sta attraversando». “Altri” modi di guardare e vedere...



