Arte

All’Arsenale di Iseo la mostra «Il volo delle falene sull’onda» di Gandini

Giovanna Galli
L’esposizione ruota intorno al tema dell’identità, un concetto inteso come campo instabile, continuamente riscritto dallo sguardo e dal racconto, fra testimonianza, travisamento e oblio
La mostra «Il volo delle falene sull'onda» - Foto Fabio Botti/Simonetti
La mostra «Il volo delle falene sull'onda» - Foto Fabio Botti/Simonetti
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Alla Fondazione l’Arsenale di Iseo la mostra «Il volo delle falene sull’onda» offre un’immersione nella sofisticata indagine dell’artista bresciana Armida Gandini intorno al tema dell’identità, un concetto inteso come campo instabile, continuamente riscritto dallo sguardo e dal racconto, fra testimonianza, travisamento e oblio. Il progetto espositivo, a cura di Camilla Remondina, propone una sorta di lento attraversamento, in cui immagini, parole e memorie si intrecciano in una trama che riguarda il tempo lungo della storia e quello fragile delle biografie.

Natura fluida

Attraverso figure femminili che la storia ha celebrato, tradito, deformato, il racconto insiste sulla natura fluida e a volte lacunosa della percezione e della memoria, che condizionano la nostra relazione con la realtà. Il progetto prende avvio dalla regina Adelaide di Borgogna, figura centrale nell’Europa del X secolo, ma scissa tra la versione storica di donna colta, caritatevole, capace di visione politica, e quella leggendaria, che la consegna a una memoria oscura.

Nel video «La cattiva regina, la buona regina» le onde del Garda si infrangono su una roccia, seguendo un andamento ipnotico e ciclico, la pietra diventa reliquia, resto fossile di una storia che riaffiora e scompare, come la sagoma di Adelaide che affiora dall’acqua e subito si dissolve.

Le tematiche

Attorno a questa figura, Gandini costruisce una costellazione di opere su carta e fotografie sagomate che alludono alla corona tripartita di Adelaide e, con essa, a un’idea di Europa unita prima delle fratture e dei confini. Ma il cerchio della corona è anche simbolo di ciclicità, di ritorno, a sottolineare come la memoria non sia mai definita e definitiva, ma dipende dalla società che la osserva, dalla luce che decide di concederle.

Nella sala successiva, il focus si sposta sul Novecento e su un’altra forma di manipolazione dell’identità, quella subita da Dora Maar, fotografa e musa di Picasso. Nel video ADORA il gesto dell’artista che incide la carta con un taglierino rievoca l’episodio del loro incontro, da cui scaturirà un rapporto faticoso, trasformandolo in un atto lento, quasi rituale.

La ferita non è solo fisica, ma simbolica, il segno di una relazione che ha annullato una donna, riducendola a musa, a volto sofferente, a quella «Donna che piange» resa indelebile dall’artista nel celebre dipinto.

Nel giardino di Woolf

Nella terza sala, le opere di più recente produzione della serie «English roses» che ribaltano definitivamente la prospettiva, in cui le donne non sono più figure sommerse o manipolate, ma presenze che germogliano. Sagome femminili inscritte nei fiori di letterate, artiste, pensatrici che hanno saputo affermarsi all’interno di società chiuse e arretrate, in cui il loro pensiero ha aperto irreversibilmente la strada alla modernità, raccontano una forza silenziosa e la capacità di affermarsi nonostante tutto.

Dalle sorelle Bronte a Leonora Carrington, da Ann Redcliff a Mary Shelley. Su tutte emerge la figura di Virginia Woolf, il cui giardino presso Monk’s House ha ispirato a Gandini la produzione di questo delicato, ma incisivo, ciclo di lavori. Lo stesso titolo della rassegna rimanda a «Le onde», opera-chiave della scrittrice inglese, che avrebbe dovuto proprio «Le falene».

Queste creature notturne, fragili, ostinate nella loro ricerca della luce sono esseri misteriosi, dotati di eccezionali capacità di adattamento e sopravvivenza, simboleggiano le donne raccontate da Gandini: vaganti nell’ombra della storia, attratte da una luce che può salvare o distruggere, ma che vale la pena raggiungere, per sfuggire all’oblio e conquistare l’eternità. La mostra è aperta fino all’8 marzo (gio-ven 15-18, sab-dom 10.30-12.30 e 15-18; aperta il 6 gennaio con orario festivo).

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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