Alla galleria dell’Incisione di Brescia la mostra «Scrittrici ritratte»

Il progetto, ideato dall’artista Chiara Fasser, racchiude fotografie e disegni di volti celebri della letteratura femminile. In tutte, ciò che colpisce è l’assenza di retorica: nessuna posa, nessun compiacimento
Giovanna Galli
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La mostra «Scrittrici ritratte» alla galleria dell’Incisione a Brescia

Da un’intuizione originale della gallerista Chiara Fasser nasce la mostra «Scrittrici ritratte», in corso negli spazi della Galleria dell’Incisione in via Bezzecca 4, in città (fino all’8 marzo, tutti i giorni dalle 17 alle 20, chiuso il lunedì;info: www.incisione.com).

La mostra collettiva che affianca pittori, fotografi, illustratori non si limita a riunire volti celebri della letteratura femminile, ma interroga il senso stesso del ritratto quando l’oggetto dello sguardo è una mente che ha pensato il mondo attraverso le parole, e le fisionomie diventano simbolicamente superfici attraversate da una vita interiore che ha trovato nella scrittura il proprio luogo di verità.

Le protagoniste appaiono infatti come presenze da ascoltare, i cui volti, talvolta riconoscibili, talvolta appena evocati, sembrano emergere da un tempo sospeso, come se l’immagine fosse chiamata non a fissare, ma a restituire un movimento del pensiero, una tensione, un’inquietudine.

Il percorso si costruisce per risonanze più che per cronologie: ogni artista interpreta una o più protagoniste seguendo una propria necessità espressiva; qualcuno scava nell’introspezione psicologica, qualcuno sceglie l’osservazione affettuosa, altri si affidano al simbolo, alla metamorfosi, alla sovrapposizione o alla sottrazione.

Le protagoniste

In questo racconto corale, in questo gioco di sguardi incrociati, si dischiude un paesaggio di presenze che hanno abitato il Novecento come una soglia inquieta. Le immagini dedicate a figure come Virginia Woolf, Natalia Ginzburg, Susan Sontag o Marguerite Yourcenar restituiscono donne che hanno abitato il pensiero con rigore e radicalità, senza mai separarlo dall’esperienza. Altre, come Anna Maria Ortese, Alda Merini o Goliarda Sapienza, appaiono attraversate da una fragilità visionaria, da una ferita che è insieme personale e universale.

In tutte, ciò che colpisce è l’assenza di retorica: nessuna posa, nessun compiacimento. Anche quando il segno è lieve o ironico, resta una forma di rispetto profondo, come se l’artista sapesse di avvicinarsi a un territorio che non tollera superficialità.

Significativa è la presenza di Mary Shelley, unica a collocarsi cronologicamente prima del Novecento, ma percepita come sorprendentemente contemporanea. Madre di Frankenstein (Matticchio fissa poeticamente il loro legame), Shelley incarna l’origine di molte domande ancora aperte, che riguardano il rapporto tra creazione e responsabilità, tra conoscenza e colpa, tra immaginazione e potere.

Tratti e sguardi

Virginia Woolf riaffiora nella delicatezza metamorfica di un fiore e nella linea pensosa del disegno di Armida Gandini; la Anna Maria Ortese di Mara Cerri sembra affacciarsi da una zona fragile e visionaria del mondo. I ritratti di Wislawa Szymborska e Nadine Gordimer, firmati da Tullio Pericoli, restituiscono menti in atto più che volti, così come le fotografie di Paola Agosti e gli interventi grafici di Guido Scarabottolo trasformano l’immagine in un gesto di prossimità.

Tra memoria storica e ferita del secolo, il ritratto di Margherita Sarfatti firmato da Ghitta Carell e le figure di Simone Weil e Clarice Lispector paiono immerse in una luce simbolica, dove lo sguardo artistico diventa atto di ascolto e condivisione di una stessa, severa poesia del reale.

Accanto alle grandi voci europee, la mostra apre lo sguardo a una dimensione più ampia e plurale, con Arundhati Roy, Anita Nair, Nadine Gordimer e Amélie Nothomb che raccontano una scrittura capace di attraversare confini geografici e culturali, mantenendo intatta la propria urgenza etica.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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