Arte

Caterina Stiffoni: «Le mie foto a Lindsay Kemp che stupirono Berengo»

La moglie del fotografo scomparso, stylist e fotografa a sua volta, racconta la mostra sul grande artista teatrale esposta in questo periodo alla Cavallerizza di Brescia
Caterina Stiffoni, Lindsay Kemp al Teatro Manzoni, Milano, 1980
Caterina Stiffoni, Lindsay Kemp al Teatro Manzoni, Milano, 1980
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Davanti a questo suo lavoro, Gianni Berengo Gardin rimase sorpreso. Non conosceva nemmeno lui le immagini scattate da Caterina Stiffoni, sua moglie, a Lindsey Kemp, artista teatrale tra i più rivoluzionari del secolo scorso. Quelle immagini che, ora, sono ospitate alla Cavallerizza in via Cairoli a Brescia (la mostra è allestita dal 20 febbraio, data del vernissage, al 22 marzo), e che provengono da una parte intima dell’archivio di Stiffoni. Raccontano, con delicatezza e sensibilità, il dietro le quinte dell’attore, drammaturgo e mimo, in procinto di salire sul palco del Teatro Manzoni di Milano nel 1980 con il suo capolavoro «Flowers».

«Quando abbiamo iniziato a immaginare la mostra, Berengo era ancora in vita. Fu colpito da queste immagini. Non si aspettava che avessi fatto un lavoro di questo genere». A raccontarlo è la stessa Stiffoni – interior designer e stylist d’arredamento, prima che fotografa – in questa intervista.

Caterina, la sua vita professionale si è mossa in bilico tra il mondo del mobile e la fotografia. Ce ne parla?

Ho cominciato da piccola a interessarmi di arredamento. Abitavo a Venezia e cominciai a lavorare da giovanissima. Seguivo un’interior designer nei palazzi veneziani. Quando mi sono sposata con Berengo, nemmeno lui si occupava di fotografia in modo professionale, solo a livello amatoriale. Poi, piano piano, ha iniziato a lavorare con la fotografia. Io lo aiutavo, nel limite delle mie possibilità. Quando ci trasferimmo a Milano facevo la casalinga e la mamma. Poi, quando i figli sono andati a scuola, ho ripreso in mano la situazione. Mi sono sempre occupata anche dell’archivio di Berengo e poi sono finita nello studio di un’architetta che mi ha voluta con sé. Ho ricominciato così a lavorare seriamente, occupandomi anche di ricerca fotografica e iniziando a fare la stylist per i giornali. E ogni tanto scattavo qualche servizio. Per esempio il lavoro in bianco e nero per raccontare Capalbio, che non era la Capalbio di oggi. E poi i servizi a Venezia.

Com’è nato il lavoro su Lindsay Kemp?

Qualcuno mi segnalò che si sarebbe esibito a Milano, al Teatro Manzoni. Non avevo mai fatto quel tipo di fotografie, nel backstage, ma ci provai. Lo spettacolo in sé non mi interessava: ho fatto un servizio in bianco e nero per me. Nessuno l’ha mai visto. L’ho tenuto nel cassetto, nel mio archivio. Era un lavoro personale e tale è rimasto. Ho dato le foto solo a Lindsay Kemp. Un giorno Renato Corsini, direttore artistico della Cavallerizza, mi chiese: «Ma tu hai mai fotografato?». Sì, ma non era il mio lavoro. Due fotografi in famiglia erano troppi, ho sempre pensato. Spulciando nel mio archivio ha trovato queste immagini. Non erano mai state pubblicate sui giornali.

Caterina Stiffoni, Lindsay Kemp al Teatro Manzoni, Milano, 1980
Caterina Stiffoni, Lindsay Kemp al Teatro Manzoni, Milano, 1980

Cosa disse Berengo?

Che era un buon lavoro.

E com’era Kemp dal vivo?

Non lo conoscevo di persona, prima di quel servizio. Sapevo chi fosse, ma non avevo mai visto i suoi spettacoli. È stato un rapporto piacevolissimo. Era una persona squisita, gentilissima, molto amorevole. Aveva un aspetto da fanciullo, anche se non era così giovane. Era già truccato quando l’ho incontrato. Non l’ho mai visto senza trucco. Anche a Roma, per il secondo spettacolo, era sempre truccato e travestito.

I testi di questa mostra sono stati curati da Giovanna Calvenzi...

Come sempre è stata piacevole e affettuosa. Le dico sempre: «Mi tratti bene perché ci vogliamo bene». Sono stata molto amica di suo marito, Gabriele Basilico. Lo ricordo con affetto. E anche se Giovanna è molto critica, dopo aver visto le foto mi ha detto: «Stai tranquilla».

E con la fotografia oggi che rapporto ha?

Non so se prenderò di nuovo in mano la macchina fotografica, ma un’amica mi ha chiesto di fotografare la sua casa al mare, con la mia sensibilità. Magari lo farò. Mi comprerò una piccola Leica di ultima generazione, che sia leggera. Non posso più fotografare con le macchine pesanti: sono una vecchia signora.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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