Arte

Diavoli, boschi, spiriti alpini: l’horror-folk tirolese arriva in città

«La strega di frassino» è il nuovo libro di Anna Dietzel: in uscita per MalEdizioni, verrà presentato il 10 aprile da Calicanto
Un dettaglio di una tavola e Anna Dietzel
Un dettaglio di una tavola e Anna Dietzel
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Il folklore alpino è così: cupo, stregato, selvatico. Affollato di spiriti. Ma profuma sempre di bosco: un profumo accogliente, anche nella paura. Anna Dietzel, artista classe 1996, ha respirato a pieni polmoni questa atmosfera il giorno in cui si è imbattuta nella storia della Strega di Nocciolo. E così è nato «Strega di Frassino», in uscita oggi per Maledizioni. Una storia breve dell’orrore ispirata alla leggenda popolare tirolese.

L’autrice sarà a Brescia il 10 aprile alle 18: Calicanto Spazio Arte in contrada Santa Croce 3a la ospiterà per parlare di questo nuovo lavoro. Il talk si inserisce in un tour più ampio, che prende il via dalla mostra «Le ragazze non sanno disegnare» del 2023, curata da Scuola Comics Brescia e ospitata negli spazi di Mo.Ca. per mostrare come i mondi di illustrazione e fumetto siano fiorenti dal punto di vista delle matite femminili. Gli incontri sono partiti a marzo proprio da Brescia, con Bianca Bagnarelli e il suo «Animali domestici» (Coconino Press), che ha parlato poi a Padova, dove è presente un’altra sede di Scuola Comics. Lo stesso farà Anna Dietzel: dopo l’incontro a Brescia sarà a Padova il 17 aprile. Seguiranno il prossimo mese Katja Centomo e Barbara Canepa (Edizioni Tunué), che saranno a Brescia il 13 maggio e a Padova il 14 maggio. Chiara Abastanotti (bresciana) e Igiaba Scego (Becco Giallo Editore) parleranno invece a giugno (il 18 a Brescia e il 19 a Padova). Nel frattempo abbiamo intervistato Anna Dietzel.

Il lavoro nacque per l’ammissione in accademia. Quanto è cambiata la sua arte da allora?

Moltissimo, anche solo perché dall’esame sono trascorsi otto anni. Per l’esame era richiesta la creazione di dieci tavole che raccontassero una storia preesistente. Quella su cui ho basato i miei disegni era una narrazione popolare del folklore trentino. Il cambiamento più grosso è il colore:otto anni fa creai i disegni in bianco e nero. E poi sono cambiata io: col passare del tempo ho realizzato altri lavori - autoprodotti o pubblicati da case editrici - variando il genere, dall’horror alle storie più introspettive. Tutto alla fine è confluito in questa storia che è un po’ come una chiusura di cerchio. Non è esattamente la favola: è un riadattamento basato su storie di persone amiche e sulle mie esperienze personali. C’è il folklore quindi, ma anche la vita contemporanea. Il folklore tirolese si mischia al mondo dell’editoria.

Di cosa parla quindi il libro?

Si tratta di un horror, genere che mi piace molto affrontare, ed è una storia breve, adatta alla collana Finestrine. Protagoniste sono due musiciste che tornando da una serata hanno un incidente e incontrano il diavolo. Ho disegnato prendendo a modello due mie amiche e mi sono ispirate a storie di amici in tournée. Non hanno incontrato il diavolo, certo, ma mi hanno donato i loro racconti di quotidianità. Avevo proposto l’idea a MalEdizioni dopo averla scritta di getto dopo un viaggio in macchina.

In questo caso la storia è fantastica, ma ha illustrato anche storie vere, come nel caso di «Io qui non conto». Come le sceglie?

Nel caso di «Io qui non conto» fu una proposta della casa editrice BeccoGiallo:mi chiesero di parlare della mia storia familiare (sono interessati a geopolitica e antropologia). Ho un cognome tedesco e mia madre è italo-slovena. Fu un’esperienza molto bella, ma in generale anche le storie dell’orrore mi piacciono. Mi permettono comunque di raccontare vissuti partendo da qualche spunto fantastico.

Come definirebbe il suo stile?

Mi pare strano definirmi da sola. Fumoso e graffiato, ecco. Mi piace molto disegnare con la matita grassa, ha un tratto che mi permette di muovermi tra i reami del possibile e dell’impossibile.

Il talk si inserisce nel più ampio «Le ragazze non sanno disegnare» tour. Com'è messo a suo parere il mondo dell'illustrazione italiana?

Mi sembra che ci sia molta crescita rispetto al passato. Lo dico prima di tutto rispetto all’ambito dell’autoproduzione, che è quello in cui mi muovo di più. Si scrive, si disegna, si stampa e si vende da soli. Lì c’è molto interesse, molta crescita, partendo da una spinta individuale. Ma anche il fumetto inizia ad avere più utilizzi: finalmente lo si impiega per raccontare storie complesse e adulte, come divulgazione. Da piccola fumetto e illustrazioni erano visti come un linguaggio per bambini, e tale rimaneva. Oggi, anche se nell’editoria mainstream resta un po’ pop, sta diventando sempre più adulto.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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