Time Records compie 38 anni e lancia dieci album da collezione

L'etichetta discografica, guidata dal bresciano Giacomo Maiolini, è nata ufficialmente il 31 ottobre 1984
Il bresciano Giacomo Maiolini, patron della Time Records - © www.giornaledibrescia.it
Il bresciano Giacomo Maiolini, patron della Time Records - © www.giornaledibrescia.it

Trentotto anni di Time Records. Il compleanno è dopodomani, lunedì: il debutto dell’etichetta bresciana, nata e cresciuta internazionalmente sotto l’egida di Giacomo Maiolini, avvenne infatti il 31 ottobre 1984, con una festa che allora riempì all’inverosimile la mitica discoteca Altaluna, al confine tra Rezzato e Brescia.

Maiolini festeggia la ricorrenza con «TIME To Vinyl», una sontuosa collana di 10 ellepì da collezione, rigorosamente in vinile cristallo e bianco da 180 grammi «limited edition», contenenti i successi dance planetari della label, che saranno pubblicati a coppie e con cadenza indicativamente mensile. È di ieri la prima (doppia) uscita, che propone hit di varie epoche, tra cui «Brothers in Space» di Aladino, «The Bomb» di Love Connection, «Voglio vederti danzare» di Prezioso con il featuring di Marvin, Silvia Coleman con «All Around the World». Approfittiamo dell’occasione per fare il punto sull’attività di Time con il suo artefice.

Giacomo Maiolini: la seduzione cebrativa della storia di Time è stata affidata al progetto «TIME To Vinyl». Ma cosa c’è nel domani di una casa discografica in era digitale, quando tutto è a portata di click?

L’obiettivo è sempre fare di un brano e di un artista interessanti in potenza un successo reale. E ogni successo è frutto del lavoro di un team di professionisti che si occupano di sviluppare e coltivare, se non addirittura immaginare e produrre, l’intuizione artistica di base. Per cui la risposta alla domanda è: gettare lo sguardo oltre il click, accogliere comunque nuovi artisti e combattere le loro sfide in un mercato poliedrico.

Ci sono nomi nuovi in rampa di lancio?

Non c’è nessuno, in questo momento, che mi stimoli davvero in prospettiva dance. Non ci sono brani o dischi rivoluzionari che mi facciano pensare: prendo l’aereo e vado a mettere sotto contratto il tale o il talaltro. Manca la creatività, anche se in giro c’è voglia di ballare...

È una fase di riflusso?

Per le novità assolute, sì. Io mi sono sempre fidato del mio istinto, per cui o un progetto mi convince in pieno o sto fermo: non investo dove non vedo qualità, e ora non ne trovo. Per ciò che riguarda la situazione di Time, non mi lamento certo: chiuderemo il 2022 con più 15% di vendite streaming dal nostro catalogo.

Quali sono i pezzi più richiesti?

L’alternative mix di «Nevermind» di Dennis Llloyd (al secolo l’israeliano Nir Tibor, ndr) ieri ha raggiunto gli 800 milioni complessivi di stream su Spotify: un risultato straordinario, per un «long seller» che miete successi da quasi cinque anni a questa parte. Poi «Hollywood», realizzato in coppia da LA VISION (aka Marco Sissa, bresciano e brasiliano) e Gigi D’Agostino, che hanno ormai guadagnato il disco di platino, quando non anche il doppio platino, in Austria, Germania, Sudafrica, Polonia, Repubblica Ceca, oltre che in Italia.

I dj restano il veicolo di lancio migliore per un pezzo dance?

Non è più così, le direzioni sono in parte diverse. I dj mirano ad algoritmi alti, per cui puntano su uscite a getto continuo, senza troppo guardare per il sottile. Noi, per contro, vogliamo vendere le canzoni e, per questo obiettivo, senza qualità non duri a lungo.

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