Le luci e il frastuono della città concedono poche ore di silenzio e di sonno. I passi che risuonano su sampietrini e porfido sembrano nenie minacciose. I commenti dei passanti, spesso, sono lame. Nicola è un veterano della strada: questo è l’undicesimo inverno che trascina zaino e coperte di portico in stazione, di garage in sottopasso, di paese in paese: è partito da Montichiari, è stato a Ghedi, poi a Mazzano, ma alla fine è approdato a Brescia. In quell’altra vita, quella «fatta di normalità» come la chiama lui, era un autotrasportatore. «Poi ho perso il lavoro e da lì è stata una discesa a piede libero. Avevo 53 anni. All’inizio ho cercato un impiego che non trovavo mai: la disperazione mi ha portato ad attaccarmi a qualche bottiglia di troppo. Poi ho perso la casa e, da quel momento, per lo Stato non sono più stato nessuno. Senza patente, senza carta d’identità, senza assistenza sanitaria».
Il suo viaggio verso la riconquista dei diritti essenziali è lo stesso compiuto in questi anni da altre centinaia di persone: la meta è il capoluogo, l’obiettivo è ottenere la residenza al civico 3 di via Sante Marie del Mare. Una via fittizia, frutto di una «finzione giuridica» che tuttavia produce effetti reali. Per riuscirci, però, deve prima ottenere un requisito fondamentale: avere un luogo in cui fissare il domicilio.




