Cronaca

Vent’anni di «no»: perché il depuratore del Garda continua a dividere

Al centro delle proteste restano l’impatto sul fiume Chiese, la localizzazione dell’impianto, le dimensioni dell’opera e una battaglia giudiziaria destinata a proseguire anche con l’avvio del nuovo iter autorizzativo
Il depuratore del Garda sorgerà a Esenta di Lonato - © www.giornaledibrescia.it
Il depuratore del Garda sorgerà a Esenta di Lonato - © www.giornaledibrescia.it

All’inizio il fronte del «no» contestava il progetto dei due impianti previsti a Gavardo e Montichiari. Oggi quel piano è stato archiviato e al suo posto c’è un depuratore unico a Esenta di Lonato, eppure la protesta non si è fermata: si è spostata di qualche chilometro. In quasi vent’anni di dibattito il progetto ha incrociato amministrazioni di ogni colore politico, ricorsi al Tar, ha incocciato in interrogazioni parlamentari, mobilitazioni di cittadini ed è perfino approdato al Parlamento europeo. Il risultato è che nessuna versione dell’opera è mai riuscita a mettere tutti d’accordo.

Le obiezioni, però, non sono tutte uguali. La prima riguarda il fiume Chiese. Per la Federazione delle associazioni che lo rappresentano e per numerosi amministratori dell’asta del fiume, il nuovo impianto finirebbe comunque per trasferire sul Chiese il peso della depurazione del Garda. È questo il cuore della contestazione: che il corso d’acqua debba sostenere gli scarichi di un bacino turistico che appartiene a un altro territorio. Da qui lo slogan che accompagna le manifestazioni degli ultimi mesi: «Il Chiese non si tocca».

C’è poi il tema della localizzazione. Quando il progetto è tornato a Lonato, nella frazione di Esenta, molti si aspettavano che il conflitto si chiudesse. È successo l’opposto. Comitati e parte della politica locale hanno contestato la scelta, sostenendo che il territorio si troverebbe a ospitare un’infrastruttura sovradimensionata rispetto alle proprie esigenze e lamentando la mancanza di adeguate compensazioni.

Un altro capitolo riguarda le dimensioni dell’opera. Gli oppositori parlano da tempo di «un maxi depuratore» e mettono in discussione la scelta di concentrare il trattamento in un unico impianto, oltre alla realizzazione di decine di chilometri di nuovi collettori. Secondo i comitati, un sistema così esteso aumenterebbe l’impatto sul territorio e renderebbe l’intera infrastruttura più vulnerabile. Infine c’è il terreno dei ricorsi. La battaglia non si è svolta soltanto nelle piazze.

Negli ultimi anni il progetto è passato attraverso il Tar e il Consiglio di Stato, mentre la Federazione del Chiese ha annunciato di voler continuare a percorrere la strada giudiziaria anche rispetto al nuovo assetto progettuale.

L’avvio dell’iter autorizzativo non chiuderà automaticamente queste contestazioni. Anzi, è probabile che rappresenti il momento in cui molte di esse torneranno a tradursi in osservazioni tecniche, richieste di modifica e nuovi confronti istituzionali. Perché la scrittura del progetto di fattibilità tecnico-economica segna certamente un cambio di fase. Ma non la fine della discussione.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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