Secondo il pubblico ministero Ines Bellesi, il flusso di denaro tra un 40enne bresciano broker finanziario e il carrozziere franciacortino Salvatore Sirchia era il rientro, a tassi di usura del 32% all’anno, di un prestito. Per gli avvocati difensori invece, Gianluca Savoldi e Lorenzo Valtorta, tutto rientra, e nella loro analisi i conti tornano, nel saldo, senza interessi, di un piccolo debito e poi della compravendita di due diverse auto.
Sono tesi opposte, che hanno sostenuto conclusioni opposte, quelle che sono state presentate alla Seconda sezione penale del tribunale di Brescia, presidente Luca Tringali, nell’udienza di ieri mattina nell’ambito del processo a carico di Salvatore Sirchia, accusato di aver sottoposto ad usura tra il 2019 e il 2022 il 40enne promotore finanziario a cui avrebbe prestato 15mila euro per poi ottenerne 35mila indietro.
Nella propria discussione infatti il pubblico ministero ha spiegato che tutti gli elementi emersi nel dibattimento «portano ad una convergenza di dati per affermare che debba essere stabilità la responsabilità dell’imputato per i delitti a lui ascritti e debba essere condannato alla pena di cinque anni di reclusione, in continuazione con una precedente vicenda, e al pagamento di 20mila euro di multa».
Per chi ha indagato infatti «le intercettazioni telefoniche, l’analisi dei movimenti bancari e soprattutto la testimonianza della vittima formano un quadro coerente, mentre la memoria dell’imputato non trova riscontri», secondo l’accusa «Sirchia aveva capito come tenere il broker legato a lui, dandogli sempre la possibilità di posticipare il pagamento» permettendogli di far fare alla moglie la vita che in realtà in quel periodo non poteva permettersi. In sostanza la compravendita delle auto, secondo l’accusa, era solo un modo di nascondere l’usura, con valori gonfiati rispetto a quando dichiarato al Pra e «comunque la vittima ha continuato a pagare anche dopo aver restituito le auto».
Diametralmente opposta la lettura dei fatti che danno gli avvocati della difesa. Per Gianluca Savoldi infatti «il procedimento soffre di un peccato originale» nella «errata lettura delle intercettazioni» che ha portato ad una «attività investigativa ostinatamente condotta per dimostrare la loro convinzione». La persona offesa è stata sentita solo «dopo che l’imputato era stato arrestato e ha spiegato di non aver pagato interessi ma solo l’uso delle auto». «La prova dell’usura diventa la dichiarazione della vittima che si è cercato di far collimare con gli altri riscontri».
Senza successo secondo la difesa. «La vittima stessa smentisce le ipotesi del pubblico ministero». Ancora più secco il collega Lorenzo Valtorta: «La vittima ha detto che in Questura è stata attaccata come se avesse fatto qualcosa, ma ha offerto una versione reticente nella migliore delle ipotesi» e «quando gli si chiede di essere preciso si trincera dietro ai non ricordo. Non offre appigli per capire il vero valore dei mezzi». In conclusione «la difesa ritiene impossibile rilevare la dinamica usuraia, non c’è prova dell’usura, non sono affidabili le dichiarazioni del testimone, le intercettazioni non danno dati e neppure i documenti. L’imputato è da assolvere perché il fatto non sussiste».




