Sul pianerottolo del tredicesimo piano l’ascensore non arriva. Si sente il rumore che parte, si ferma, riparte, poi niente. Mariam guarda l’orologio, guarda le figlie con gli zaini già in spalla: dopo venti minuti capisce che l’attesa sarà ancora lunga. Prende gli zaini, uno per mano, e imbocca le scale. Cade tra il decimo e il nono piano. Dieci giorni di prognosi. Al piano terra, sul primo ascensore, un foglietto «griffato» incollato con lo scotch recita: «Fuori servizio, ci scusiamo per il disagio». È lì da due mesi. L’altro ascensore funziona a singhiozzo. Ne restano due, ammaccati, con le fessure. Due ascensori funzionanti per 560 persone, di cui 110 bambini. E qui, alla torre Cimabue, un ascensore rotto non è un fastidio: è una frattura nella giornata di centinaia di famiglie.
Il dialogo con la Loggia
Le madri sole sono le prime a uscire, le ultime a rientrare. Escono quaranta minuti prima, per non restare sospese: significa organizzare la giornata attorno a un guasto costante. Il palazzone è di proprietà del Comune, la gestione è di Aler e spesso, quando qualcosa si inceppa, la responsabilità scivola tra le scrivanie. Gli inquilini questo rimpallo lo conoscono a memoria: per questo l’ultima assemblea organizzata da Diritti per tutti e coordinata da Umberto Gobbi è stata diversa: oltre sessanta persone, molte più del solito e molto più esasperate.




