Gesto estremo in adolescenza, quel dolore invisibile da riconoscere
Quel dolore sotterraneo che scorre nelle profondità dell’anima come un fiume carsico e travolge i pensieri e modella la mente, quella sofferenza a volte purtroppo indecifrabile o che nessuno vede ed emerge d’impulso come un ciclone che annulla l’esistenza, si chiama suicidio.
Una parola apparentemente impossibile da usare per un adolescente, innaturale per un giovane che si toglie la vita e che va contro natura quando l’esistenza pulsa più di ogni altra cosa.
Eppure il suicidio in adolescenza lo incontri con una frequenza elevata (pare uno ogni 40 secondi!) e nel mondo è la seconda causa di morte dopo gli incidenti stradali. Ma non sempre c’è patologia psicologica alle spalle, quanto piuttosto una crescita faticosa e difficile. Diventar grandi non è una passeggiata, al contrario un’impresa che richiede energia, resistenza, perseveranza mentre l’adolescenza è il tempo della fragilità e della vulnerabilità. Che di per sé non sono tratti negativi e inutili, ma di certo nella società competitiva e violenta, dove conta l’apparire e la prestazione, sono aspetti per i quali un giovane non può andar fiero.
Quando accade che un ragazzo di 18 anni si toglie la vita, impossibile pensare che abbia coltivato dentro serenità e fiducia. Di solito c’è la solitudine più devastante e una socialità falsa che non è compensata dai social onnipresenti del nostro tempo. Eppure inutile colpevolizzare questi strumenti della comunicazione digitale perché possono non centrare granché con quel gesto. Il problema è un altro.
Il suicidio nasce quasi sempre da un dolore insopportabile che occupa per intero la mente. Da una sofferenza profonda e nascosta che dilaga silenziosa soprattutto se sono stati vissuti traumi pesanti come un altro suicidio in famiglia. Ricordo una giovane ragazza con insistenti pensieri di suicidio, che in un tempo lungo di terapia mi disse più volte: «Sento sulle mie spalle, come un macigno, di cui non so come liberarmi». Così un dolore mai elaborato fino in fondo può trasformarsi in autolesionismo e diventare tagli sulle braccia e sul corpo. A volte è angoscia e disperazione che rimangono nascoste o camuffate dietro un’esistenza apparentemente «normale». Il gesto definitivo non prevedibile però fa parte di un progetto, oltrepassa il pensiero e si compie d’impulso, quando nessuno se lo aspetta. Più preoccupante che mai, allora, è la disattenzione di chi sta negli immediati dintorni dell’adolescenza e la distanza affettiva di chi non coglie il malessere accumulato nel tempo.
Può essere difficile comprendere fino a che punto un adolescente sia in pericolo, ma è vero che il suicidio continua ad essere un tema tabù che blocca e spaventa, e fa sì che ogni riflessione sia rimossa. Urge invece uscire dalle facili semplificazioni e dalle risposte immediate e servono domande continue che ci aiutino a riconoscere la sofferenza dei nostri figli e di quelli degli altri. Quando accadono questi fatti laceranti, invece del silenzio serve parlarne e serve farlo anche con gli adolescenti stessi per aiutarli a dire i loro pensieri e le loro emozioni. Naturalmente è fondamentale domandarsi dove siamo noi e dove stanno oggi i ragazzi con la loro sofferenza che spesso non vediamo se non quando il dolore ci travolge.
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