Rispoli: «Rosa e Olindo sono colpevoli, verità mistificata in tv»

La Cassazione ha messo il punto. O meglio, ha rimesso il punto. Su un caso che già era chiuso dal 3 maggio 2011 quando Rosa Bazzi e Olindo Romano vennero condannati all’ergastolo per la Strage di Erba. Ma nei giorni scorsi nell’ambito di uno dei processi più mediatici della storia giudiziaria italiana, i giudici romani si sono dovuti nuovamente pronunciare. E hanno confermato quanto deciso l’estate scorsa dalla Corte d’appello di Brescia: non ci sarà un nuovo processo per i coniugi di Erba che resteranno in carcere e continueranno a scontare la condanna al fine pena mai. «È finita come ero convinto che dovesse finire» commenta Guido Rispoli, procuratore generale di Brescia che con il collega e avvocato generale Domenico Chiaro ha rappresentato l’accusa nel corso delle udienze bresciane.
Procuratore, dalla Cassazione nessun colpo di scena. Soddisfatto?
«La richiesta di revisione avanzata dai legali dei coniugi Romano poggiava su una pista alternativa – quella di una vendetta del crimine organizzato per vicende legate allo spaccio di droga riconducibili a Azouz Marzouk – che palesemente non poteva reggere. Perché la scena del crimine evidenziava una modalità esecutiva del tutto disorganizzata. Una mattanza con tante tracce di sangue sulle pareti, sui pianerottoli e lungo le scale, perché le armi usate erano del tutto inadeguate. E poi perché la via di fuga alternativa – quella dalla terrazza di casa Castagna – era assolutamente insostenibile per assenza di tracce di tale passaggio, quando invece sullo stipite e sulla maniglia interna del portone d’ingresso del piccolo condominio erano state rilevate macchie di sangue proprio della signora Cherubini che era deceduta all’interno del suo appartamento al secondo piano. Chi poteva aver portato quelle macchie di sangue lì sotto se non gli assassini in fuga?»
Eppure ancora una volta era tornata in primo piano l’ipotesi che la strage fosse stata commessa dalla criminalità organizzata.
«Chi ha esperienza e conosce come opera il crimine organizzato sa perfettamente che un delitto plurimo di questo genere sarebbe stato realizzato all’interno della casa Castagna con pochi colpi mirati inferti da armi letali sulle due donne e sul giovanissimo bambino che non avrebbero certo avuto la possibilità di opporre qualsivoglia resistenza. Il signor Frigerio e la signora Cherubini non sarebbero stati a loro volta attinti da una miriade di colpi di coltello e con una spranghetta, ma sarebbero stati rapidamente posti nelle condizioni di non nuocere, senza ucciderli perché non erano loro l’obiettivo della spedizione punitiva e perché nel buio assoluto che regnava in quel momento nel condominio non sarebbero stati mai nelle condizioni di riconoscere gli aggressori. E poi per vicende di droga di piccolo “cabotaggio” quali quelle in cui era stato coinvolto Marzouk, una carneficina del genere non si è mai vista ed è del tutto inspiegabile per i “codici” che regolano il modo di agire della criminalità organizzata».

Quali sono le prove della colpevolezza di Rosa Bazzi e Olindo Romano?
«Le confessioni, la macchia di sangue repertata nell’auto di Olindo Romano che, per qualità, non poteva che provenire direttamente dalla scena del crimine e non certo essere frutto di contaminazione ad opera di terze persone. E poi gli appunti confessori sul diario del Romano, le ferite alla mano della Bazzi e tanti altri elementi di prova convergenti che è impossibile riportare tutti. Non per niente nella mia requisitoria durante il processo di revisione ho parlato di un diluvio di prove».
Eppure il caso della Strage di Erba continua a dividere l’opinione pubblica anche dopo questo pronunciamento della Cassazione. Perché?
«Il processo di revisione sulla strage di Erba a mio giudizio ha evidenziato una grave problematica. Ho visto tante trasmissioni televisive, talora neppure giornalistiche ma di intrattenimento, che hanno raccontato i fatti in maniera deliberatamente unidirezionale, senza mai dare spazio agli elementi di prova di segno contrario. Si è così pesantemente indirizzata e condizionata l’opinione pubblica. Ora io domando: è ammissibile una cosa del genere? È degna di un paese civile? Il sacrosanto principio di rango costituzionale del giusto processo nel contraddittorio delle parti non dovrebbe trovare un qualche riflesso anche rispetto alla informazione che racconta i processi penali? Se la verità processuale si forma nel contraddittorio è ammissibile che l’informazione che racconta quella verità possa disinteressarsi del tutto di quel contraddittorio? Non si permette così anche di delegittimare impunemente nell’opinione pubblica i protagonisti del giusto processo: polizia giudiziaria, avvocatura e magistratura? E non è pericoloso per una Democrazia permettere la delegittimazione della Giustizia, cioè di uno dei capisaldi su cui si regge? Io non ho certezze, pongo solo interrogativi. Che non vogliono in alcun modo compromettere la libertà di stampa, ma solo mirare ad assicurare un racconto delle vicende giudiziarie costituzionalmente giusto».
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