Strage di piazza Loggia: «Silvio Ferrari vicino alla Nato e ai Servizi»

Le parole del generale Giraudo: la figura del neofascista morto in piazza Mercato al centro del processo per la strage del 1974
I resti della Vespa su cui viaggiava Silvio Ferrari - © www.giornaledibrescia.it
I resti della Vespa su cui viaggiava Silvio Ferrari - © www.giornaledibrescia.it
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I neofascisti bresciani e veronesi. I servizi deviati. La Nato. Palazzo Carli a Verona, piazza del Mercato e piazza della Loggia a Brescia. Silvio Ferrari, i generali americani del comando scaligero delle Forze terrestri dell’Europa del sud e i comandanti dei Centri di controspionaggio del Sid. Intrecci di luoghi e personaggi sui quali, per il procuratore aggiunto Silvio Bonfigli e il sostituto Caty Bressanelli, si annodano le responsabilità dell’attentato del 28 maggio di cinquant’anni fa e dei quali è tornato a parlare diffusamente ieri il generale Massimo Giraudo.

Il generale dei Ros dell'Arma Massimo Giraudo © www.giornaledibrescia.it
Il generale dei Ros dell'Arma Massimo Giraudo © www.giornaledibrescia.it

L’alto ufficiale del Ros, che lavora da anni per la Procura di Brescia nel tentativo di dipanare la matassa di depistaggi e coperture che hanno reso estremamente difficoltoso l’accertamento della verità giudiziaria della Strage, ha fornito ulteriori elementi di inquadramento alla Corte d’assise presieduta da Roberto Spanò. È tornato a parlare di Silvio Ferrari, il giovane neofascista bresciano saltato in aria in piazza del Mercato nove giorni prima dell’attentato di piazza Loggia insieme alla sua Vespa e alla bomba che stava trasportando. Per Giraudo l’esplosione di quella notte non è da addebitare né a vibrazioni, né ad errori. Il timer era regolato per le 3 e alle 3, secondo l’investigatore, l’ordigno esplose puntualmente.

Isopralluoghi

Il generale ha parlato anche dell’individuazione dell’appartamentino nel fondo cieco di via Aleardo Aleardi nel quale Ferrari incontrava Ombretta Giacomazzi, ma anche suoi referenti nell’Arma: «una safe house (casa sicura, ndr), tipica nell’organizzazione dei servizi segreti». Servizi ai quali, per il generale del Ros dell’Arma, il giovane neofascista bresciano era particolarmente vicino.

Ferrari, hanno ricostruito le indagini anche grazie alle parole di Ombretta Giacomazzi, frequentava caserme del Sid e il comando Ftase di Verona. Della sua sede, di palazzo Carli, è tornato a parlare il generale Giraudo, riferendo delle attività di sopralluogo compiute tra il 2014 e il 2015 sulle indicazioni della stessa Giacomazzi. Luoghi che corrispondono a quanto affermato dalla teste chiave dell’inchiesta sull’ultimo chilometro della bomba. Una dimostrazione, per il generale Giraudo e per l’accusa, «che Silvio Ferrari era un fiduciario della Nato».

Giancarlo Esposti

Parte dell’udienza è stata dedicata anche a Giancarlo Esposti, comandante delle Squadre di Azione Mussolini, ucciso nello scontro a fuoco con i carabinieri a Pian del Rascino, in provincia di Rieti, tre giorni dopo la Strage. In tasca Esposti aveva la foto di Cesare Ferri e due biglietti da visita di due soggetti bulgari mai identificati. Di lui, della sua fine mentre progettava l’attentato al presidente della Repubblica, in quei giorni si occupò il subito il capo del centro contro spionaggio di Verona. Un’anomalia solo apparente per la procura bresciana. Nato, neofascisti e servizi erano attori dello stesso copione: la strategia della tensione. 

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