Sono tornati in Italia i bresciani che erano rimasti bloccati in Nuova Caledonia

Gianluca Barca
Luciano Corda e Sara Spandrio erano partiti da Brescia lo scorso 6 maggio per andare a trovare il figlio, ma erano stati sorpresi dalla rivolta della popolazione locale
La polizia pattuglia le strade della Nuova Caledonia - Foto Epa © www.giornaledibrescia.it
La polizia pattuglia le strade della Nuova Caledonia - Foto Epa © www.giornaledibrescia.it
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Sono rientrati finalmente in Italia i due medici bresciani che la rivolta della popolazione locale aveva sorpreso in Nuova Caledonia.

Luciano Corda e Sara Spandrio erano partiti da Brescia lo scorso 6 maggio con lo scopo di trascorrere qualche giorno con la famiglia del figlio Massimo, anche lui medico, ma alle dipendenze del servizio sanitario francese. La Nuova Caledonia è un territorio d’Oltremare sottoposto all’autorità di Parigi. I disordini, innescati da una proposta di modifica della legge elettorale che, secondo i nativi locali, aumenterebbe il peso politico degli immigrati francesi a discapito delle comunità autoctone, li hanno sorpresi sull’atollo di Ouvea dove si erano recati per una gita di un paio di giorni.

La dichiarazione dello stato di emergenza e la chiusura degli aeroporti li ha costretti a un soggiorno obbligato di un paio di settimane al termine del quale le autorità locali sono riuscite a riportarli nella capitale Noumea. Da lì i due bresciani sono riusciti, non senza difficoltà, a ricongiungersi con il figlio, che lavora nel nord dell’isola principale, a La Foa.

«Il viaggio in macchina, circa 120 km, non è stato semplice – raccontano – perché le strade erano continuamente interrotte dai posti di blocco dei rivoltosi e pertanto in alcuni casi eravamo costretti a fare delle lunghe deviazioni, inoltre la benzina cominciava a scarseggiare e quindi solo pochi mezzi si potevano muovere. Noi siamo riusciti a trovare un paio si passaggi e ad arrivare a destinazione, dove tutto sommato la situazione era abbastanza tranquilla, se non che, in assenza di collegamenti regolari con il resto del mondo, cominciavano a mancare alcuni generi di prima necessità, la farina, il burro e anche le bombole del gas, il che rendeva complicato non solo cucinare ma anche riscaldare l’acqua nei boiler».

Il rientro è avvenuto in una delle rare finestre di riapertura dell’aeroporto internazionale di Noumea. «A un certo punto ci hanno proposto di approfittare di uno dei voli che partivano dall’isola, direzione Brisbane, prendere o lasciare – raccontano –. Noi avremmo dovuto fermarci qualche altro giorno, ma i rischi che successivamente non si potesse partire erano elevati. Infatti sappiamo di alcune persone che avendo preferito aspettare per poter andare direttamente in Nuova Zelanda, anziché far scalo in Australia, sono ancora bloccate in attesa di un nuovo volo. Nel complesso non è stata un’esperienza drammatica, perché a Ouvea la comunità non è canaca, ma wallesiana (da Wallis e Fotuna), estranea alla rivolta anti francese e molto ben disposta verso quelli come noi che erano rimasti bloccati nell’isola. Ci resta, certo, un po’ di preoccupazione per nostro figlio e per la sua famiglia che sono rimasti lì. Molti francesi probabilmente finiranno per lasciare la Nuova Caledonia. La storia è quella tipica della decolonizzazione, i rapporti tra le comunità locali e gli occidentali sono sempre in equilibrio precario e le relazioni soggette a molte tensioni anche esterne».

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