Padre Lorenzo Agosti, sono passati dieci anni da quel 16 ottobre 2016 in piazza San Pietro. Che cosa ha significato, e significa tuttora, la canonizzazione di Lodovico Pavoni per Brescia?
È stato un momento di grazia straordinario, coinciso significativamente con il Giubileo della Misericordia voluto da papa Francesco. Ricordo ancora l’emozione dei tantissimi pellegrini bresciani arrivati a Roma con il vescovo Luciano Monari. Per la nostra città non si è trattato solo di una festa religiosa, ma del riconoscimento di una vera e propria «santità sociale». Il Comune volle sancire questo legame profondo consegnandoci il Grosso d’oro e co-intitolando a Pavoni l’Auditorium di San Barnaba. Quella lapide in San Barnaba ricorda a tutti i bresciani che l’attenzione agli ultimi non è un’idea astratta, ma una storia concreta nata nelle nostre strade.

Padre Lorenzo, non tutti sanno che lei ha avuto un ruolo storico nel cammino verso la canonizzazione, anche nel ritrovare negli archivi romani i documenti «dimenticati» del miracolo. Che ricordo ha di quei passaggi?
Fu un vero e proprio disegno della Provvidenza. Io sono stato Superiore generale dal 2002 al 2014, quindi tra la beatificazione e la canonizzazione di Pavoni. Fu nel 2000 il postulatore di allora, padre Pietro Riva che cercando negli archivi della Congregazione per le Cause dei Santi a Roma una semplice relazione medica sul miracolo di Soncino si ritrovò tra le mani gli incartamenti completi del processo diocesano tenuto a Cremona che si era arenato. Fu poi padre Riva che mi nominò vicepostulatore per completare le ricerche sulla guarigione a Soncino e a Brescia, che portarono alla beatificazione di Pavoni il 14 aprile 2002. Nel 2009 poi ero in Brasile come Superiore generale, ho così seguito da vicino il momento dell’evento traumatico e della relativa prodigiosa guarigione che ha poi portato alla proclamazione a santo di Lodovico Pavoni.
Immagino che non siano stati soltanto passaggi tecnici.
Ovviamente no, studiare quelle carte, vedere quell’evento prodigioso (e non solo) mi hanno ancora più convinto dell’importanza del dire alla Chiesa e al mondo che il messaggio educativo di Pavoni non appartiene solo al passato, ma che c’è ancora un immenso bisogno di riscoprire la sua pedagogia dell’amore e dell’accoglienza.

Ogni anno organizzate la Camminata pavoniana ripercorrendo a piedi la strada che da San Barnaba porta al Convento di Saiano. Perché questo pellegrinaggio è così importante per i giovani di oggi?
Perché camminare insieme, oggi come nel 1849, sotto la pioggia o sotto il sole, significa sperimentare la fatica e la solidarietà. Non è una semplice gita o una rievocazione storica, ma un modo per «ripercorrere i passi» di un padre che si fa compagno di viaggio dei suoi ragazzi. Quando arriviamo a Saiano, dove Pavoni ha donato la sua anima a Dio dopo aver salvato i suoi adolescenti dalle violenze delle Dieci Giornate, i ragazzi capiscono visivamente cosa significa spendere la vita per un ideale grande. Il cammino insegna che nella vita non si è mai soli a lottare.
La Congregazione oggi cammina anche grazie alla Fondazione pavoniana e a una forte sinergia con i laici. Come si trasmette la «passione di sempre» in strutture gestite nel terzo millennio da personale non religioso?
Questa è la nostra grande sfida epocale: il carisma pavoniano non è proprietà esclusiva dei religiosi, ma è un dono dello Spirito per tutta la Chiesa. Oggi i laici - insegnanti, educatori, formatori, professionisti - non sono semplici collaboratori o dipendenti, ma sono veri e propri custodi dell’eredità di san Lodovico. Come abbiamo approfondito di recente anche in un libro dedicato al bicentenario del Pio Istituto Pavoni, la «passione di sempre» si trasmette curando le relazioni, mantenendo al centro lo stile di famiglia e assicurando che ogni scelta strategica metta sempre al primo posto il bene e la dignità del ragazzo.
Oggi la Congregazione opera in realtà molto diverse. Chi sono, nel 2026, i «piccoli e i disagiati» a cui san Lodovico si dedicherebbe?
Il perno del Vangelo pavoniano risiede nel brano: «Chi accoglierà un solo piccolo come questo nel mio nome, accoglie me». Nell’Ottocento bresciano i piccoli erano gli orfani delle guerre e i sordomuti abbandonati a sé stessi. Oggi le povertà si sono frammentate e fatte più subdole. Penso ai ragazzi intercettati dai nostri centri educativi e di aggregazione, ai giovani che scivolano nelle nuove forme di tossicodipendenza o nell’isolamento digitale, ma anche ai ragazzi di strada delle periferie del mondo, dal Brasile al Burkina Faso, dove la Congregazione è presente. Ovunque ci sia un adolescente che rischia di perdere la speranza e il futuro, lì c’è il «piccolo» di Pavoni.
Il vostro fondatore è stato un pioniere delle scuole professionali. In un mondo del lavoro tecnologico, fluido e spesso precario, come si declina oggi la sua intuizione?
Pavoni fondò nel 1821 la prima scuola grafica d’Italia con un’idea rivoluzionaria: il lavoro non è una condanna o un semplice mezzo di sussistenza, ma lo strumento principale per dare dignità e riscatto alla persona. Voleva formare «onesti cittadini, buoni cristiani e bravi artigiani». Oggi, nei nostri centri d’avanguardia, la sfida è non fermarsi alla sola, seppur necessaria, competenza tecnica o digitale. Negli ambienti pavoniani il ragazzo deve sentirsi accolto come in una famiglia. Accanto all’uso dei macchinari moderni, offriamo una formazione umana e cristiana alla vita. Insegniamo che dietro ogni professione c’è un valore sociale, un’etica, e la possibilità di essere protagonisti del proprio domani.
Durante le Dieci Giornate del 1849, mise in salvo i suoi ragazzi a Saiano a costo della vita. Cosa dice quell’episodio agli educatori moderni?
È l’icona più bella del nostro carisma: l’educatore che si fa scudo per i propri ragazzi. Sotto la pioggia, a piedi, in mezzo alle violenze dell’insurrezione, Pavoni non pensò a salvare sé stesso o i beni materiali del suo istituto, ma la vita dei suoi giovani. Pagò quel gesto con una broncopolmonite fatale, morendo proprio l’ultimo giorno delle Dieci Giornate, la Domenica delle Palme. Agli educatori, ai genitori e agli insegnanti di oggi questo sacrificio dice che l’educazione non si fa a parole, ma con la presenza e la condivisione totale. Significa esserci quando fuori c’è la tempesta, accompagnando i ragazzi verso un luogo sicuro.
Dall’Ottocento bresciano a oggi, l’opera si è diffusa in quattro continenti. Qual è la sfida pavoniana per i prossimi anni?
La sfida è mantenere vivo il fuoco delle origini adattandolo ai mutamenti culturali. Oggi la nostra missione cammina anche sulle gambe di tantissimi laici che condividono il carisma dei Figli di Maria Immacolata. Vogliamo continuare a potenziare le nostre scuole, le comunità di accoglienza e la nostra presenza pastorale ed editoriale, guidata dall’editrice Àncora. La sfida sarà essere ancora, in Italia come in Eritrea o nelle Filippine, avamposti di speranza. Vogliamo che ogni comunità pavoniana resti una casa con le porte aperte, capace di ascoltare il grido d’aiuto dei giovani e di trasformarlo in un progetto di vita.




