Referendum contro l’Autonomia, oggi lo stop alla raccolta firme online

Quelle raccolte dai singoli comitati referendari sono incardinate in un elenco che ha ancora qualche giorno di spazio prima di «partire» in direzione Roma ed essere infine depositato in Cassazione. Ma intanto, la prima scadenza del cammino del referendum contro l’Autonomia differenziata scocca esattamente oggi: dalle 13 in punto, infatti, il widge dedicato alle adesioni sarà rimosso e disattivato dai siti web, sancendo così ufficialmente lo stop alla raccolta firme online sulla piattaforma del Ministero della Giustizia.
Questo passaggio garantirà il corretto inoltro delle firme raccolte, che saranno successivamente analizzate dalla Corte di Cassazione: la chiusura anticipata (rispetto alla deadline del 30 settembre) «è stata necessaria per evitare sovrapposizioni con i tempi tecnici della consegna dei documenti» come hanno spiegato dal comitato promotore.
Il raggiungimento del quorum necessario per invocare la consultazione popolare è stato già raggiunto da tempo: solo guardando alle adesioni online, le firme sono oltre 540.500 (l’asticella da raggiungere è quella delle 500mila), numero a cui andrà sommato quello delle adesioni raccolte ai banchetti (una stima spannometrica parla di almeno altre 350mila).
La posta in gioco
Perché, allora, proseguire fino all’ultimo e cosa prevede la riforma per l’Autonomia differenziata? Il referendum non è solo una questione burocratica, né un semplice sondaggio sul gradimento del Governo, ma anche una questione politica che ha molto a che vedere, da un lato, con la volontà di spaccare il fronte del centrodestra, ampliando la crepa tra Forza Italia e Lega. E, dall’altro, con l’obiettivo del centrosinistra di allargare la base dei suoi sostenitori «attivi», a partire dai temi e dalla mobilitazione sui territori.
Nel merito, il disegno di legge (approvato dal Parlamento alla fine di giugno) stabilisce le regole e il percorso con cui le Regioni possono chiedere maggiore autonomia nella gestione di specifiche competenze e materie. Questo, però, sarà possibile solo quando saranno determinati i cosiddetti Lep, ossia i «livelli essenziali delle prestazioni» che la Costituzione definisce come «i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale», alias: sanità, istruzione, trasporti e tutti i servizi base, indispensabili in tutto il Paese. A che punto siamo sul fronte Lep? In alto mare: il governo ha due anni di tempo per definirli (e, per questo, ha istituito una Cabina di regia).
Iter e scadenze
Cosa succede il 30 settembre, quando tutte le firme per chiedere il referendum abrogativo saranno consegnate? La Cassazione ha 30 giorni per dichiarare la legittimità del quesito, poi la palla passa alla Corte Costituzionale, che deve confermare o negare l’ammissibilità del referendum entro febbraio. Se non ci saranno ostacoli, la consultazione si svolgerà tra il 15 aprile e il 15 giugno. Nel frattempo, però, alcune Regioni (Puglia, Sardegna, Toscana, Campania) hanno presentato ricorso per annullare la legge, chiedendo alla stessa Corte Costituzionale di dichiararla illegittima. Sarà insomma un autunno caldo per la Consulta.

Quello che opposizioni (ad eccezione di Azione), parti sociali e associazioni hanno messo in campo è infatti l’iter per un referendum abrogativo. Significa che la sua validità è condizionata al raggiungimento di un quorum di votanti pari al 50% più uno degli aventi diritto al voto. Una sfida non da poco. Basti pensare che dal 1997 ad oggi questo tipo di consultazioni non hanno mai raggiunto il quorum, con una sola eccezione: il 2011, quando gli elettori si sono espressi (anche) sul nucleare, un tema caldo, specie perché il voto è avvenuto a breve distanza dal tragico incidente nella centrale giapponese di Fukushima.
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