«Mio fratello ucciso a Gaza mentre portava acqua alla popolazione»
Aveva già perso ventitré parenti, compresa una donna incinta, nell’esplosione di un palazzo colpito da un razzo. Quattro settimane fa è toccato al cugino di 22 anni. L’altro ieri ha appreso che nel mirino di un drone israeliano è finito il fratello a cui era legatissimo. L’inferno di Gaza tocca direttamente Raed Almajdalawi, medico radiologo palestinese che lavora in un ospedale bresciano: «La situazione, laggiù, è indescrivibile – racconta –. È evidente l’intenzione di colpire ogni vita. Compresa quella delle persone, come mio fratello, che cercano di fare del bene».
I fatti
L’episodio è avvenuto nel campo profughi di Al Nuseirat. Ramez Almajdalawi, di professione idraulico, era alla guida di un’autocisterna per distribuire acqua potabile alle famiglie quando il raid l’ha colpito. Altre persone nelle vicinanze sono rimaste ferite. Per lui non c’è stato nulla da fare. Lascia moglie e cinque figli tra i 22 e i quattro anni d’età, due dei quali, il secondo e il terzo, lo scorso 25 dicembre sono stati feriti da alcune schegge: uno è guarito, l’altro ha riportato importanti danni neurologici. «Ad avvisarmi è stato un altro nostro fratello, più grande di me – racconta il radiologo arrivato in Italia 27 anni fa –. Era disperato. Incredulo ho subito cercato informazioni su Telegram. E in pochi istanti mi sono trovato davanti agli occhi il video registrato sul posto nei muniti successivi all’esplosione».

Legame
Per il dottor Almajdalawi è stato un colpo al cuore: «Ramez non era solo mio fratello, era anche il mio migliore amico e il mio punto di riferimento a Gaza. Una persona altruista, molto conosciuta e rispettata. Rimasto senza lavoro, aiutava come poteva la popolazione del campo profughi. Per ciò che faceva sono orgoglioso di lui. La sua morte lascia un grande vuoto. Ogni mio pensiero ora va ai suoi cinque figli e alla moglie».
Il radiologo non torna dalla famiglia d’origine dal 2012: «Gaza è sotto embargo serrato. L’ultima volta che ci sono stato avrei dovuto rimanere due settimane, ma mi hanno trattenuto per più di un mese». Il legame, però, è sempre rimasto forte: il dottor Almajdalawi è presidente di PalMed Italia Onlus, associazione che unisce medici e operatori qualificati nel campo sanitario, attivi per scopi umanitari destinati alla popolazione palestinese.
Il contesto
«La situazione nella Striscia è infernale. Mancano acqua, cibo, corrente e medicine. Le condizioni sono incompatibili con la vita umana: nessuno può sopportare un contesto del genere – racconta il radiologo –. Da ventun mesi incessanti attacchi colpiscono ogni luogo: non esistono posti sicuri. Nel mirino finiscono anche le cucine comunitarie e i punti di distribuzione dell’acqua. Non parliamo, poi, del personale sanitario: sono state uccise 1.500 figure. Il sistema è al collasso: l’unico ospedale che ancora funzionava relativamente bene è stato bombardato il 13 marzo e trasformato in una caserma militare. Era fondamentale per i malati oncologici, che ora non possono curarsi. Ovunque mancano garze, anestetici, antibiotici, soluzioni antisettiche. Un recente rapporto di Harvard Dataverse parla di 377mila dispersi, metà sarebbero bambini. La mia speranza – conclude il medico – è riposta in un cessate il fuoco serio e nell’ingresso illimitato degli aiuti umanitari. Così non si può andare avanti. Ogni vittima è una ferita per me e per l’umanità».
Riproduzione riservata © Giornale di Brescia
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