La radioattività non appartiene soltanto ai grandi disastri nucleari. Fa parte anche dell’ambiente in cui viviamo e persino del nostro organismo. Il problema nasce quando elementi naturali come il radon si accumulano in concentrazioni elevate all’interno degli edifici.
A spiegarlo è Angelo Finco, docente e ricercatore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Brescia, dove si occupa di Fisica dell’atmosfera ed è titolare del corso «Radioactivity and environmental and biological risks».
Il radon è un gas naturale radioattivo che nasce nel sottosuolo.
Da dove arriva
La sua origine è legata al decadimento dell’uranio 238, un elemento naturalmente presente nella crosta terrestre. «In natura esistono catene di decadimento radioattivo – spiega Finco –: elementi pesanti come l’uranio, nel tempo, si trasformano spontaneamente in altri elementi, emettendo particelle alfa o beta». In questo processo cambia la struttura dell’atomo e l’elemento si trasforma progressivamente in un altro, fino al piombo, stabile e non più radioattivo. Tra questi passaggi compare il radon. Qui sta la particolarità: mentre gli elementi da cui deriva sono solidi e restano intrappolati in rocce e terreno, il radon appartiene ai gas nobili. È quindi gassoso, stabile e poco reattivo. «Questo significa che può liberarsi facilmente dal materiale in cui si forma», chiarisce il docente.
Negli ambienti chiusi
Una volta generato risale dal terreno e si diffonde nell’aria. All’aperto si disperde rapidamente. Il rischio nasce negli ambienti chiusi, dove può accumularsi: cantine, seminterrati, piani terra, locali poco ventilati.
La sua presenza varia da zona a zona e dipende dalla composizione geologica del terreno: in alcune aree il sottosuolo contiene più progenitori del radon, gli elementi da cui il gas si origina. Il rischio per la salute è legato all’inalazione. Il radon continua infatti a decadere anche dopo essere stato respirato ed emette particelle alfa. All’esterno queste vengono fermate dalla pelle. Nei polmoni, però, le mucose sono più delicate. Inoltre i «figli» del radon, prodotti dai decadimenti successivi, possono legarsi al particolato presente nell’aria ed essere inalati a loro volta.
Per questo il radon è considerato la seconda causa di tumore al polmone dopo il fumo. Ma, secondo Finco, non bisogna cedere all’allarmismo: «La radioattività naturale fa parte dell’ambiente in cui viviamo da sempre». La chiave è evitare accumuli: ventilare, favorire il ricambio d’aria e, dove le concentrazioni sono alte, prevedere sistemi più strutturati.



