Morì dopo la lite, secondo «no» all’archiviazione per il ciclista

Due richieste di archiviazione del pubblico ministero non bastano. Il 68enne ciclista di Dello accusato dell’omicidio preterintenzionale di Mario Francesco Donadoni dovrà comunque affrontare l’udienza preliminare. L’uomo, che il 7 agosto del 2023 sferrò un pugno a Donadoni, intervenuto a difesa della moglie in seguito ad una banale lite stradale innescando la sequenza che portò alla sua morte, sarà in aula il 4 febbraio. Lo ha deciso il gip Federica Brugnara che, per la seconda volta, non ha condiviso le conclusioni della pubblica accusa.
«Fu legittima difesa»
Non più tardi dello scorso mese di aprile, dopo essere stata incaricata di indagini suppletive sul caso, il sostituto procuratore Victoria Allegra Boga sostenne, a sostegno della richiesta di archiviazione, che il ciclista aveva agito per «legittima difesa». Quel pomeriggio l’indagato - che è assistito dagli avvocati Davide Scaroni ed Ennio Buffoli – ebbe a che dire con la moglie della persona offesa. Presa a male parole dal ciclista per una manovra in auto, la signora se ne tornò a casa particolarmente turbata. Raccontò l’accaduto al marito, che decise di salire in auto e di andare con lei alla ricerca di chi l’aveva brutalmente apostrofata.
Cosa accadde
L’incontro con il 68enne fu una questione di attimi e, in attimi, volse al peggio. Volarono parole grosse e dalle nocche del ciclista partì un pugno che fece crollare Donadoni. Nella caduta l’uomo batté violentemente il capo al suolo. Il suo aggressore e la moglie si prodigarono per aiutarlo a riprendersi. Dopo l’iniziale spavento, Donadoni si riprese, per poi peggiorare notte tempo. L’uomo fu ricoverato prima all’ospedale di Manerbio poi al Civile. Inutili per lui le cure.
Quella che poi è degenerata nella sua morte «è una situazione di pericolo alla quale l’indagato non si era volontariamente esposto e a cui aveva reagito tenendo una condotta proporzionata alla offesa ricevuta» scriveva il pm motivando la richiesta di archiviazione con la legittima difesa. Alla istanza dell’accusa si è opposta la vedova di Donadoni, assistita dall’avvocato Marco Gallina. Il gip le ha dato ragione e disposto l’imputazione coatta del ciclista.
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