Il pugno che uccise l’automobilista infuriato per il pm è legittima difesa

Colpì per difendersi. E non per uccidere. Sferrò un pugno, uno solo, dopo essere stato aggredito. Lo fece per rispondere ad offesa con offesa. Furono le conseguenze della caduta innescata dal suo colpo a far prendere alle cose la piega peggiore. Il suo destro avrebbe al massimo potuto provocare un occhio nero, far dondolare un dente. A causare la morte di chi lo incassò fu il violento impatto al suolo.
Per il sostituto procuratore Victoria Allegra Boga l’omicidio di Mario Francesco Donadoni, il 65enne di Offlaga morto il 7 agosto dello scorso anno, dodici giorni dopo essere volato a terra nel corso della lite con un ciclista a Dello, è preterintenzionale. E peraltro non è punibile. Nei giorni scorsi il pubblico ministero ha chiesto l’archiviazione del 67enne che sferrò quel pugno: fu legittima difesa. Una conclusione che la moglie della vittima ed i suoi due figli non accettano. I parenti di Donadoni, rappresentanti dall’avvocato Marco Gallina, si oppongono. L’ultima parola spetta al gip.
La ricostruzione
Per come ricostruiti dal pubblico ministero, grazie anche alla testimonianza della consorte della vittima, all’autopsia, all’interrogatorio dell’indagato, difeso dagli avvocati Ennio Buffoli e Davide Scaroni, alla versione di chi lo soccorse quel pomeriggio e al referto medico con il quale venne mandato a casa, le cose sarebbero andate in maniera sensibilmente diversa da come sono passate alla storia. Identico il presupposto. Diverso lo svolgimento. Assodato che la moglie della vittima e il ciclista incrociarono le loro rotte ad Offlaga, lungo la strada per Faverzano; che il secondo insultò e minacciò la donna, rea di un colpo di clacson di troppo se non di una manovra azzardata; appurato anche che la signora tornò a casa spaventata, raccontò al marito quanto le era successo e con lui si mise in auto alla ricerca del ciclista, che l’aveva verbalmente aggredita; verificato anche che le ricerche ebbero esito dopo una decina di minuti, a cambiare è la narrazione di quanto accaduto da qui in poi.
Il pm accredita la versione dell’indagato. Il ciclista 67enne disse di essersi ritrovato a tu per tu con il marito della signora con cui aveva litigato qualche minuto prima e di non aver avuto nemmeno modo di aprire bocca. Di spiegarsi. Disse di essersi dovuto difendere da una fitta sequenza di colpi e di aver visto l’uomo cadere, battere la testa e perdere i sensi. Di averlo aiutato, sorreggendogli la testa, e una volta lasciato ai soccorritori, di essersi fatto medicare a sua volta. Ad avvalorare la sua tesi, agli occhi del pubblico ministero, c’è la testimonianza del soccorritore, che riferì di avergli riscontrato «lievi traumi contusivi al rachide cervicale, al volto e ad un dito di una mano, oltre che la mobilità di un molare».
Alla luce di questi elementi per il sostituto procuratore Victoria Allegra Boga si può affermare che «Donadoni, intercettato il ciclista con cui la moglie aveva avuto un alterco, prima ancora di interloquire con lui, scendeva dalla propria autovettura, si avvicinava al ciclista e i due ingaggiavano una colluttazione, nel corso della quale verosimilmente è stato inferto un colpo al viso al ciclista, necessariamente prima che questi colpisse Donadoni al volto, considerato che quest’ultimo, a seguito del colpo ricevuto, cadeva immediatamente a terra». Per il pm tra offesa e difesa c’è proporzione, dato che peraltro il ciclista non aveva altra via per sottrarsi. Ad essere illegittima per l’accusa semmai è stata l’aggressione che questi subì, considerato anche il tempo e lo spazio passato tra le minacce rivolte alla donna e la reazione del marito: una decina di minuti e una manciata di chilometri più che sufficienti se non per far sbollire la rabbia, quanto meno per far cessare il potenziale pericolo che avrebbe eventualmente legittimato l’intervento. Di qui la richiesta di archiviazione «perché il fatto non costituisce reato». Appuntamento in aula il prossimo luglio.
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