Psicologi bresciani insegnano agli ucraini a curare i traumi di guerra

Il peso della guerra può schiacciare chiunque. Anche lontano dal fronte, sotto una parvenza di normalità, la guerra logora. È come se la propria vita fosse appesa a un filo: tutto può cambiare in un istante. È questo il contesto emergenziale affrontato nella loro ennesima missione in Ucraina dagli operatori di Resilience, onlus gardesana impegnata dal 2009 nel supporto psico-sociale in contesti di guerra.
Tra fine gennaio e inizio febbraio gli psicologi Marcello Kreiner di Gardone Riviera e Cristina Zeni di Mazzano, affiancati dal responsabile della comunicazione, il salodiano Marco Mastrorilli, hanno attraversato le città di Odessa, Poltava, Kiev, Leopoli, fino a Vysokopillya, nel distretto di Kharkiv, a pochi km dal fronte, offrendo staff care a insegnanti e operatori di Avsi, lavorando in un centro di salute mentale e muovendo i primi passi verso la costituzione di una succursale ucraina di Resilience.
Il supporto

Il loro lavoro è curare ferite invisibili - ansia, depressione e disturbo post-traumatico da stress - che nelle aree di conflitto colpiscono 22 persone su 100 e un bambino su tre. Ferite invisibili, ma dolorose. Un po’ come, talvolta, è la guerra. «Odessa - racconta Mastrorilli - non sembra una città in guerra. A prima vista si presenta come una qualunque città europea, con traffico, bar pieni, gente che va al lavoro e un teatro dell’opera con un fitto cartellone». Ma la guerra c’è e si mostra pian piano: «Guardando meglio e ascoltando i cittadini capisci che quella normalità è solo apparente: è il risultato di un continuo e ostinato adattamento alla condizioni imposte dalla guerra. Nelle strade c’è la colonna sonora costante dei generatori che si accendono quando la corrente viene sospesa. I bambini vanno a scuola nei sotterranei. Manca il riscaldamento e il gelo entra nelle case. C’è chi monta una tenda in salotto per ridurre lo spazio da scaldare, chi mette sul fornello una grossa pietra da usare come scaldino, abbracciandola sotto le coperte».
Coraggio e paura
Gli operatori di Resilience non si sono imbattuti in attacchi diretti, anche se hanno operato in quartieri colpiti nei giorni precedenti - o che lo sarebbero stati poco dopo il loro passaggio - da attacchi aerei, missilistici o con droni. «Sui nostri telefoni - raccontano - abbiamo un’app che monitora gli attacchi russi: suonava ogni volta che qualcosa volava sopra le nostre teste, di giorno, ma soprattutto di notte». Gli ucraini vivono così da quattro anni. «Abbiamo visto - dicono gli psicologi bresciani - quanto sia forte il bisogno di qualcuno che si prenda cura delle ferite che non si vedono: lo stress degli operatori, la paura che non passa, la stanchezza di chi aiuta ogni giorno».
A Kiev gli operatori di Resilience hanno alloggiato in un hotel in zona centrale, in un quartiere transennato, con accessi regolati da checkpoint: si passa solo mostrando il passaporto. «Molte zone della città sono senza elettricità, riscaldamento e acqua. Nel nostro albergo - raccontano - abbiamo trovato luce e calore e, nel corridoio, uno shelter: il rifugio dove scendere in caso di emergenza. Anche questo fa parte del paesaggio mentale della guerra: imparare a convivere con un luogo sicuro sempre a pochi passi, sperando di non doverlo usare mai».
L’intervento
A Kiev l’onlus bresciana ha realizzato un intervento di formazione con un gruppo di psicologi del reparto di salute mentale del Kyiv Clinical Hospital e ha posto le basi per la nascita di Resilience Ukraina, una sede autonoma, fondata e gestita da professionisti ucraini, con la supervisione di Kreiner e dei colleghi. «È un passo che ci rende orgogliosi, perché significa che un gruppo di persone che abbiamo formato negli anni ora è pronto a camminare con le proprie gambe. Valorizzare le risorse locali è da sempre uno dei nostri obiettivi: vogliamo che il supporto psicosociale non dipenda dalla nostra presenza, ma possa continuare anche quando torniamo a casa». Questo era l’obiettivo principale della missione di Resilience. Raggiunto. La pace, invece, appare ancora lontana.
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