Il professore che rifiuta la pensione: «Insegnare è una missione»

Il diritto ad andare in pensione l’ha maturato, ma lui rivendica il diritto a restare. E così si è rivolto al giudice che gli ha dato ragione. Il professor Franco Manni, docente di Storia e Filosofia al liceo scientifico Leonardo di Brescia ha ottenuto un primo via libera nel ricorso contro il pensionamento previsto per settembre, al compimento dei 67 anni. Il Tar ha accolto la richiesta del docente e ha chiesto all’amministrazione scolastica di verificare se esistano le condizioni per consentirgli di restare in servizio.
Professore, perché vuole restare in cattedra?
Innanzitutto perché amo insegnare e sono capace di insegnare. E poi vedo il grande apprezzamento dei miei studenti, non solo di quelli attuali, ma anche quelli di 40, 30, 20, un anno fa. In secondo luogo la pensione per vecchiaia – la parola vecchiaia è contenuta nel testo unico del pubblico impiego del 1957 e mi consentirà di dire che la parola vecchiaia suona «politically uncorrect» –: la legge è stata fatta quasi 70 anni fa e allora l’aspettativa di vita era 65 anni, ora è 82 anni, quindi il concetto di vecchiaia non è storico e atemporale.
Non ha voglia, al di là del fatto che la soddisfa insegnare, di realizzare un sogno, un viaggio della vita o qualcosa che ha messo da parte?
Giusto. Le dico che ho passato, nel 2013-2014, un anno sabbatico nel Regno Unito facendo attività di volontariato al Continuing learning group, educazione permanente per anziani all’Università di Lancaster e successivamente dal 2015 al 2019 ho fatto il Phd, il dottorato di ricerca, a Londra: queste esperienze prolungate di vita nel Regno Unito – perché ho vissuto là permanentemente – le ho già fatte. Quindi non sento la mancanza di viaggi in Grecia con aperitivone sull’isola di Lemno, queste esperienze le ho avute e continuo ad averle tutti i mesi di agosto con i miei amici di Londra. E poi partecipo a convegni e sono stato a Oxford, Newcastle, Salamanca, due volte a Teheran, nel 2019 e nel 2020, e a New Delhi. Quindi queste esperienze di anti-immobilismo le ho avute molto più degli italiani in media, eppure ritengo che la mia missione di insegnamento ai giovani sia molto più importante.
Quando si lavora si pensa spesso alla pensione come momento per fare cose che si devono accantonare per mancanza di tempo. Lei non lo ha mai fatto?
No, ho guardato alla realtà come si dipanava di volta con volta nella mia vita reale.
Ora la provoco, non pensa mai che così un giovane non avrà la cattedra?
Il detto «largo ai giovani» si basa su due luoghi comuni, il primo è che non c’è posto per i giovani nel lavoro. E questo è falso: come detto nel 1957 c’era un’alta natalità e una bassa aspettativa di vita e quindi oggi ci sono molti meno giovani che devono coprire i posti ora occupati dagli anziani. Chi li riempirà quei posti? Il secondo luogo comune è che i vecchi capiscono meno i giovani di quanto i giovani capiscano i vecchi. E per me è falso. Secondo lei sono stato giovane? Io ricordo cosa pensavo e sentivo al mio primo anno di insegnamento, nel 1983 a Pisa. Ricordo tutti i posti e cosa ho insegnato. Ci crede che ho avuto 25, 35, 45, 60 anni? Le dico con certezza che non sono mai stato così bravo come oggi a insegnare storia e filosofia. E le circostanze sociali le capisco meglio ora.
Per quanto tempo crede di poter ancora insegnare? Si è dato un limite?
È impossibile prevedere il futuro, ma ho solo esempi come Benedetto Croce, che è morto lasciando la penna sullo scrittoio a 86 anni, lo psicanalista Franco De Masi, che a 85 anni continua a lavorare. E poi noi siamo l’unico Paese occidentale con l’obbligo di pensione anche se non lo si vuole.
Ha ricevuto apprezzamento dai colleghi?
Sì da Tivoli, Teramo, Crema e Treviso, personalmente. Ma sui social ho avuto anche commenti negativi dai «leoni da tastiera» sul gruppo Facebook che ho aperto, «Contro l’obbligo di andare in pensione», e la pagina «Professione insegnante». Mi hanno irriso e commiserato. Io voglio lavorare, non tolgo il diritto alla pensione di altri.
E in famiglia?
Ho creato dibattito anche lì: i miei fratelli, 4 sorelle e due fratelli, si sono divisi.
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