Cronaca

Il procuratore generale: «Su Garlasco nessun accanimento dei pm»

Parla Guido Rispoli: «Sono preoccupato per i processi mediatici: inconcepibile che un magistrato o un appartenente della polizia giudiziaria partecipi ad una trasmissione televisiva»
La vittima Chiara Poggi, il condannato Alberto Stasi, gli indagati padre e figlio Sempio e l'ex pm Venditti
La vittima Chiara Poggi, il condannato Alberto Stasi, gli indagati padre e figlio Sempio e l'ex pm Venditti
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Due indagini che si intrecciano e che viaggiano parallelamente a quella principale. Il caso Garlasco tiene sempre più banco a livello nazionale e Brescia è al centro di quello che ad un certo punto è apparso uno scontro tra accusa e difesa. Da una parte la difesa di Mario Venditti, ex procuratore aggiunto di Pavia che secondo le ipotesi dei magistrati bresciani avrebbe incassato soldi dalla famiglia di Andrea Sempio per archiviare l’inchiesta del 2016 e dall’altra i pm che contestano in questa fase il reato di corruzione.

In mezzo tre sequestri dei cellulari e dei pc di Venditti disposti dalla Procura e altrettanti annullamenti da parte del tribunale del Riesame. E alle accuse davanti alle telecamere di mezza Italia dell’avvocato Domenico Aiello, legale dell’ex magistrato, – «I pm bresciani? Hanno un atteggiamento farisaico» –, i vertici della giustizia bresciana hanno risposto con un comunicato scritto. «Sono pericolosi attacchi sopra le righe».

Procuratore Rispoli, per la prima volta da quando a Brescia è approdata l’inchiesta Garlasco, avete preso posizione chiedendo sostanzialmente rispetto e parlando di un rischio di «deragliamento del processo penale su terreni impropri». Perché?

«Perché il Codice Deontologico Forense, approvato dal Consiglio Nazionale Forense, prevede che i rapporti con i magistrati devono essere improntati a dignità e reciproco rispetto. Ho ritenuto che fosse arrivato il momento di ricordarlo».

E dopo due giorni lei e il procuratore Francesco Prete avete incontrato l’avvocato Domenico Aiello, legale del vostro ex collega Venditti, ora indagato...

«Confermo, è stata una fisiologica conseguenza del comunicato che abbiamo scritto sui rapporti tra magistratura e avvocatura. E l’incontro lo ha chiesto l’avvocato».

I processi si fanno nelle aule di giustizia, ma non si può negare che oggi esista un processo mediatico perché è giusto che la gente sappia cosa sta accadendo ed è onestamente inimmaginabile che di una vicenda se ne possa parlare pubblicamente solo dopo il terzo grado di giudizio. Quale può essere il punto di incontro?

«Io sono sinceramente preoccupato. E come me sono preoccupati tanti magistrati e tanti avvocati. I processi si devono discutere nelle aule di giustizia, non nelle trasmissioni televisive o sui giornali. Con il Decreto legislativo n. 188/2021 si sono – secondo me opportunamente – molto limitati i canali di comunicazione con i mezzi d’informazione per la magistratura e la polizia giudiziaria. Sono infatti ammissibili solo comunicati scritti e conferenze stampa. È al momento del tutto inconcepibile che un magistrato o un appartenente della polizia giudiziaria partecipi ad una trasmissione televisiva su un’indagine penale pendente da lui curata. Secondo me bisogna prevedere che la stessa regola valga anche per gli avvocati. Altrimenti si cade dalla padella alla brace. Non parlano quelli che per l’ordinamento rappresentano una parte pubblica e imparziale, mentre parlano quelli che, sia pure nell’ambito della nobile tutela del diritto di difesa, sono portatori di un interesse necessariamente di parte. È auspicabile un intervento in tal senso dell’avvocatura associata, se non anche del legislatore».

Il procuratore generale Guido Rispoli - © www.giornaledibrescia.it
Il procuratore generale Guido Rispoli - © www.giornaledibrescia.it

Sul caso Garlasco il ministro della Giustizia Nordio ha detto: «A un certo punto bisogna avere il coraggio di arrendersi» e che ricostruire una verità dopo vent’anni è «estremamente difficile». Condivide?

«Preferisco non commentare».

Come procuratore ha chiesto «rispetto» agli avvocati. Dall’altra parte però tre provvedimenti di sequestro nei confronti dello stesso indagato e sempre annullati dal Riesame non rischiano di avere il sapore dell’accanimento?

«Assolutamente nessun accanimento. Mi sembra anzi l’esempio di un procedimento penale, dove ognuno fa la sua parte. La Procura e la polizia giudiziaria – che mirano al miglior possibile risultato investigativo – cercano di esplorare nella maniera più ampia possibile i telefoni che sono stati sequestrati; il difensore dell’indagato legittimamente si oppone; il Giudice decide in assoluta autonomia. Per quello che può valere la mia opinione, io condivido in pieno la posizione della Procura: la ricerca per «parole chiave» è per certo insufficiente, considerato che qualsiasi indagato di media intelligenza non utilizza per le conversazioni relative al reato che sta commettendo un linguaggio che permetta di ricondurre a tale reato, ma utilizza sempre un linguaggio «criptato». Il problema non è sicuramente di facile soluzione. La Procura ha fatto ricorso, vediamo cosa deciderà la Corte di Cassazione».

In ultimo le chiedo, quando il caso Garlasco sarà finito come ne uscirà la giustizia?

«Stiamo a vedere. Certo è una giustizia che non ha paura di mettersi in discussione, riaprendo casi coperti da sentenze passate in giudicato e indagando su propri appartenenti senza guardare in faccia a nessuno. Se penso ai periodi torbidi del passato – e a Brescia ne sappiamo qualcosa – io dico che c’è da essere fiduciosi».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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