Cronaca

Parole che pesano tra diritto di cronaca e l’orrore della gogna social

In sala Libretti al Giornale di Brescia il dialogo tra giuristi e giornalisti sul ruolo dell’informazione giudiziaria
Giornalisti e giuristi a confronto in Sala Libretti sul peso delle parole
Giornalisti e giuristi a confronto in Sala Libretti sul peso delle parole

Le parole? Materiale da maneggiare con cura. In particolare se scritte in un’ordinanza di custodia cautelare, in un articolo di giornale, in un post su Facebook o, peggio ancora, in un commento lanciato nel mucchio per far male. Sulle parole che feriscono, che lasciano segni profondi come stigma, che condannano senza appello e che possono arrivare ad uccidere, moderati da Pierpaolo Prati, si sono confrontati in sala Libretti il professore emerito di procedura penale alla Sapienza Glauco Giostra, il costituzionalista Marco Ladu e il direttore del Giornale di Brescia Giorgio Bardaglio. Lo hanno fatto rispondendo all’invito della Camere penale di Brescia, che ha organizzato l’incontro in collaborazione con l’Ordine degli avvocati, l’Associazione nazionale magistrati e l’associazione Carcere e Territorio.

Le ragioni

A spiegare l’origine dell’appuntamento, per conto di quest’ultima, è stato il professor Carlo Alberto Romano, docente di ciminologia di UniBs. «L’appuntamento nasce sulla scorta di quanto accaduto all’inizio dell’estate – ha spiegato il prof. Romano – quando un giovane si tolse la vita dopo essere stato arrestato per aver compiuto azioni non certo raccomandabili, in una piscina pubblica. Venni intervistato sul punto. Mi permisi di esprimere un grande rammarico per una vita perduta. Il mio intervento finito sui social, divenne oggetto di pesantissimi insulti. Venne insultata soprattutto l’esistenza di quella persona, nonostante si fosse tolta la vita, per quello del quale si era reso responsabile. Insulti pesantissimi. Pensai che era nostro dovere fare qualcosa».

Romano così condivide il suo disagio con Andrea Gaboardi, giudice e rappresentante di Anm, e con Stefano Verzeletti, presidente dell’Unione delle Camere penali di Brescia. Il primo ha sottolineato come «i social solo il luogo della realtà, in cui moltissime persone oggi vivono la gran parte delle loro relazioni interpersonali e dove vive, ormai quasi esclusivamente, lo stesso confronto politico. Come operatori del diritto – ha detto Gaboardi – dobbiamo prendere in mano il problema, perché credo sia a rischio la tenuta del nostro sistema democratico». Questa la ragione per la quale, ha convenuto Verzeletti «non è possibile stare in silenzio di fronte a fenomeni che devono trovare un argine. Il lavoro che ci aspetta - ha detto il presidente della Camera penale di Brescia - pare immane, ma se non cominciamo a costruire una soluzione alternativa, che può portarci a superare questo momento, rimarremo sempre fermi».

Garanzie

Il professore Glauco Giostra si è concentrato in particolare sul ruolo della cronaca giudiziaria. «L’attuale rappresentazione mediatica della giustizia è gravemente inadeguata, perché risulta connotata da approssimazione tecnica, sensazionalismo, strumentalizzazione politica, morbosa curiosità, enfasi espositiva. Ci offre un profluvio di notizie e una scarsità di conoscenza. Ciò nonostante ritengo che sia un pilastro imprescindibile di una democrazia costituzionale, un antidoto agli abusi di potere, una garanzia di trasparenza dell’attività della giustizia. Sono convinto che l’interesse pubblico debba essere valutato dai giornalisti. Non è possibile – ha detto Giostra – che siano le procure ad avere il rubinetto delle notizie: che l’organo controllato decida se, quando e come essere controllato».

Sulla stessa linea anche il professor Ladu. «La giurisdizione è un potere pubblico. E in quanto tale deve poter essere raccontato, e criticato, tanto più se quel potere è in grado di incidere sulla libertà personale». Quello che per il professore non dove accadere è che le parole di un articolo si trasformino in una sentenza, ancor prima di una sentenza. «La Costituzione non chiede al giornalista di tacere, ma di non pronunciare la sentenza al posto del giudice».

Missione credibilità

Per Giorgio Bardaglio gli organi di informazione, per difendere la loro credibilità, devono cambiare passo. «Non mi deve interessare uscire con una notizia prima della concorrenza, mi deve interessare uscire bene, meglio degli altri, – ha detto il direttore del Giornale di Brescia – perché la credibilità è il nostro bene più prezioso. Se non siamo credibili veniamo spazzati via: lasciamo ad altri correre di più, essere più rapidi, urlare di più». Dalle urla all’odio social il passaggio è breve. «La tentazione da evitare è quella di sottrarci, di chiudere l’accesso ai commenti. Perché ogni spazio che io concedo e non presidio, qualcun altro lo occupa. Adesso chi è abbonato al nostro Giornale può entrare e commentare, perché è registrato, perché lo riconosco parte della mia comunità. Certo che se entra con hate speech noi lo blocchiamo».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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