Orzinuovi, 30 anni di solidarietà in Togo insegnando un mestiere

Un trattore, un aratro, un’ambulanza, un’automobile, delle biciclette. Un forno che oggi profuma di pane in un villaggio africano e un pozzo che ha spento l’arsura dove prima non c’era nulla. E ancora: dodici macchine da cucire, due studi ottici, un compressore, un altare e un pesante crocifisso in legno. Non è l’elenco di un magazzino, ma solo una piccola parte del bilancio titanico di quasi trent’anni di solidarietà, partito dalla Cascina Fenil Decio dei Goffi di Orzinuovi.
L’iniziativa
Sabato scorso, le porte di un tir da 12 metri carico di beni sono state sigillate da una quindicina di volontari. È stato l’ennesimo container diretto in Togo per le missioni delle Madri Canossiane. Ma anche l’ultimo atto di un miracolo collettivo.
Il regista di questa macchina perfetta è l’orceano Giampaolo Alghisi. Tutto ha avuto inizio nel 1998, quando Giampaolo, meccanico di professione, ha deciso di andare a trovare la cugina, Madre Tina Baiguera, in missione in Togo dal 1995. Non fu una vacanza: Alghisi passò il tempo a riparare motori, a scavare pozzi e a lavorare fianco a fianco con le consorelle per trasformare un semplice dispensario in un ospedale, che oggi accoglie pazienti da chilometri di distanza.
La missione
Tornato a Orzinuovi, Giampaolo non si è più fermato. Insieme alla sorella Giuliana per 30 anni ha raccolto volontari, fondi e incastrato ogni pezzo di questo puzzle del bene da inviare in Africa, grazie anche alla base logistica gratuita messa a disposizione dalla famiglia Goffi di Orzinuovi.
«Il nostro spirito non è regalare – ci racconta Madre Tina Baiguera, oggi in Italia con un ruolo di rilievo nel Consiglio generale delle Canossiane –, ma insegnare un mestiere. Con le macchine da cucire creiamo atelier per le donne; con il forno abbiamo insegnato a fare il pane. Giampaolo, i suoi amici e la famiglia Goffi ci hanno dato gli strumenti preziosi per camminare con le nostre gambe».
«Stivare il container è ogni volta un lavoro di precisione chirurgica – aggiungono i volontari –. È un rito faticoso, ma soddisfacente, che si conclude sempre con un pranzo in allegria in cascina».
Tuttavia ora la salute vacillante di Giampaolo, l’unico motore capace di gestire una logistica così complessa, suggerisce che questo sarà l’ultimo carico. Che lascia però in eredità una certezza: con lo spirito giusto, partendo da una cascina della Bassa, si può davvero cambiare il destino di un popolo.
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