Ogni giorno in Lombardia 13 sanitari aggrediti ma 7 su 10 non denunciano

Distorsione ai polsi, lussazioni alle spalle, calci alle caviglie. L’elenco delle violenze subite dagli operatori sanitari potrebbe continuare e arricchirsi di ulteriori e umilianti soprusi subiti da chi lavora negli ospedali, nelle case di cura, nelle strutture socio-sanitarie del nostro territorio.
Ma è un elenco in parte scritto con l’inchiostro simpatico, perché le aggressioni, fisiche e verbali, nella maggior parte dei casi non vengono segnalate.
I dati
Dall’ultimo documento regionale emerge che nel 2023 si sono registrati quasi tredici casi al giorno nella rete sanitaria lombarda. In aumento rispetto all’anno precedente, quando le aggressioni fisiche erano state nove al giorno. Dai dati ufficiali, solo nei pronto soccorso dell’Ospedale Civile lo scorso anno le forze dell’ordine sono intervenute dieci volte, quattro volte in quello per adulti e sei in quello pediatrico.
Un aumento che non accenna a fermarsi e che oggi, Giornata nazionale contro la violenza sugli operatori sanitari, è oggetto di attenzione per capirne le cause e per trovarne i rimedi. Di fatto, l’81% degli operatori ha subito aggressioni fisiche o verbali, ma il 69% non denuncia. Tra le ragioni addotte, una sostanziale «rassegnazione»: «Tanto non cambia nulla; fa parte del mio lavoro; non è stato tanto grave». I reparti dove si registra il maggior numero di casi da parte di pazienti e dei loro parenti sono i Pronto soccorso e la Psichiatria.
Le denunce
Ancora, dall’ultimo report dell’Inail si evince che, su base regionale, le comunicazioni/denunce di infortunio lo scorso anno sono state 250. Si legge: «Nella sanità, escludendo i casi di infortunio per contagio da Covid-19, circa il 10% degli infortuni occorsi sul luogo di lavoro e riconosciuti positivamente dall’Istituto è riconducibile ad un’aggressione; nell’intera industria e servizi tale quota si ferma al 3%.
In massima parte si tratta di violenze provenienti da persone esterne all’impresa sanitaria (pazienti e loro parenti); contenute le quote di liti tra colleghi della struttura (circa il 7% dei casi)». Si legge ancora nel report dell’Inail che negli ultimi cinque anni, il 37% dei casi è concentrato nell’assistenza sanitaria (ospedali, case di cura, studi medici), il 33% nei servizi di assistenza sociale residenziale (case di riposo, strutture di assistenza infermieristica, centri di accoglienza) e il 30% nell’assistenza sociale non residenziale. Ad essere aggredite sono soprattutto donne, pari a oltre il 70% degli infortunati, coerentemente alla composizione per genere degli occupati nel settore rilevata dall’Istat».
Infermieri nel mirino
I più colpiti sono infermieri e fisioterapisti con un terzo degli aggrediti, seguiti dagli operatori sociosanitari (circa il 30%) e da quelli socio-assistenziali (oltre il 16%). Le aggressioni ai medici denunciate all’Inail si attestano sul 3% del totale.
I casi che arrivano all’esame dell’Istituto nazionale infortuni sul lavoro sono, tuttavia, solo la punta dell’iceberg di quello che accade in un mondo composito e variegato qual è quello della cura e dell’assistenza sociosanitaria. Come punta dell’iceberg, per fortuna in questo caso, sono quelle che assurgono agli onori delle cronache perché gravi e drammatiche.
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