Violenza al lavoro: l’aggressione agli infermieri da parenti e pazienti

Uno su tre le vittime: allo studio ha contribuito anche l’Università degli Studi di Brescia
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VIOLENZA PER 1 INFERMIERE SU 3
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Le denunce ufficiali sono un centinaio l’anno. In realtà, tre infermieri su dieci dichiara di aver subito un episodio di violenza verbale o fisica nell’ultima settimana o nell’ultimo anno. La maggior parte lavora in area medica (28,4%), seguito dall’area di emergenza e terapia intensiva (27,%). Per i professionisti impegnati sul territorio o negli ambulatori la percentuale di aggressioni fisiche o verbali scende al 10,9%.

Tre su dieci nel Bresciano corrispondono a circa tremila persone, il 30% circa degli infermieri iscritti all’Ordine professionale della nostra città. Il 75,4% di questi è donna. Per comprendere la dimensione del fenomeno, la percentuale di medici che ha subito violenza nell’esercizio della profesisone è pari al 6%. Lo scarto tra le denunce di violenze, inquadrate dall’Inail nella categoria «infortuni sul lavoro» è stato evidenziato da uno studio multicentrico nazionale (Cease-it), svolto su input della Federazione nazionale degli Ordini delle professioni infermieristiche (Fnopi) condotto da otto università italiane (capofila l’Ateneo di Genova con la prof. Annamaria Bagnasco), tra cui l’Università degli Studi di Brescia, a firma del professor Paolo Motta.

Chi non parla

Perché la maggior parte di chi subisce violenza preferisce non segnalare l’episodio? Il 67% afferma: «Ho ritenuto che le condizioni dell’assistito o del suo accompagnatore fossero causa dell’episodio di violenza». Il 20%: «Non avrei ricevuto alcuna risposta da parte dell’organizzazione per la quale lavoro». Il 19%: «È una caratteristica attesa e accettata del mio lavoro» e il 14% dice: «sono in grado di gestire efficacemente questi episodi, senza doverli riferire».

«Numeri che, in molti casi - sottolinea la Federazione - non sono intercettati e registrati in quanto le aggressioni non vengono neppure denunciate perché ormai sono percepite e considerate, dagli stessi infermieri, come dinamiche connaturate alla professione. Si configura, così, con proporzioni vastissime, il fenomeno del sommerso».

Soprattutto maschi

Gli infermieri riportano che nella maggior parte dei casi, il 51,8%, l’aggressore è di sesso maschile. La violenza fisica o verbale è eseguita in prevalenza da pazienti nella fascia di età compresa tra i 46 e i 55 anni; non sono riportati episodi di violenza verbale o fisica da parte di pazienti di età inferiore ai sedici anni. Ancora, il 59,7% degli infermieri che ha subito violenza nell’ultimo anno ritiene che i fattori socioeconomici svolgano un ruolo significativo nel fenomeno delle aggressioni.

Quali sono le conseguenze per il professionista dell’episodio di violenza subito? Il 24,8% di coloro che hanno segnalato di aver subito violenza negli ultimi dodici mesi riporta un danno fisico o psicologico causato dall’evento. La conseguenza professionale prevalente riguarda i morale ridotto e stress, esaurimento emotivo e burnout. Il 15% di chi ha subito danno riferisce che esso ha comportato un’assenza lavorativa.

Prevenzione

Si legge nello studio: «Le cause della violenza, riportate dagli infermieri, risultano perlopiù coincidenti con la percezione delle caratteristiche dell’aggressore, identificate da tutto il campione infermieristico. Ciò dimostra come gli infermieri siano a conoscenza di quali caratteristiche di popolazione siano più propense ad avere comportamenti di violenza fisica e/o verbale. Inoltre, una delle concause maggiormente indicate è stata la comunicazione inadeguata che avviene tra il personale e l’assistito o accompagnatore».

Quali indicazioni, dunque, si ricavano dallo studio: «Da queste informazioni, si può concludere che il personale infermieristico dovrebbe essere formato su eventi e caratteristiche predittive dell’episodio di violenza e su strategie efficaci di comunicazione, per evitare lo sviluppo di episodi di violenza, acquisendo competenze necessarie a controllare, o depotenziare situazioni di tensione che precedono la violenza. La maggioranza degli infermieri, infatti, riporta che aver completato un evento formativo sulla prevenzione degli episodi di violenza sul proprio luogo di lavoro, è stato efficace nella prevenzione e gestione dell’episodio stesso. Purtroppo, però non tutti gli infermieri completano questo tipo di formazione. Inoltre, nella maggioranza dei casi, le aziende non le forniscono. I dati indicano che sarebbe opportuno che le strutture sanitarie sviluppino eventi formativi, valutandone la frequenza obbligatoria, per migliorare la gestione e prevenzione della violenza».

L’Osservatorio

«Con lo studio Cease-it - afferma Barbara Mangiacavalli, presidente della Federazione nazionale degli Ordini degli infermieri- si descrivono le caratteristiche degli episodi di violenza e si identificano i fattori predittivi e le cause. I correttivi di cui c’è bisogno derivano da qui. E su queste basi sarà sicuramente più immediato il lavoro dell’Osservatorio di tutte le professioni che il ministero della Salute coordina, anche per organizzare la formazione che sicuramente in questo senso deve partire dalle scuole dell’obbligo, per tutti, e non certo solo dai luoghi di lavoro. Come dimostra lo studio ci sono innumerevoli situazioni che aumentano la percezione di pericolo, alla cui base c’è sicuramente la carenza di personale che proprio dallo studio emerge in modo chiaro: gli standard dicono che la qualità dell’assistenza infermieristica è al massimo livello se un infermiere assiste in media sei pazienti, ma la media indicata dallo studio è di dodici e questo non consente di manifestare al massimo livello quello che abbiamo anche codificato nel nostro Codice deontologico e cioè che ‘il tempo di relazione è tempo di cura’. E direi in questo caso, come dimostra lo studio, anche di prevenzione e gestione della violenza sugli operatori».

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