«Youssef Siher? Non lo conosco. Non frequenta la moschea né le tante attività che il centro culturale islamico propone ai giovani». Driss Enniya, marocchino, responsabile dell’Ufficio immigrati della Cgil di Brescia, prende le distanze da qualsiasi conoscenza diretta del trentenne italiano di seconda generazione residente a Mazzano, indagato per istigazione aggravata dalla finalità di terrorismo e ritenuto dagli inquirenti la mente della pagina Instagram «Movimento 17 ottobre».
Ma la vicenda lo spinge a una riflessione più ampia, che riguarda il senso di appartenenza delle seconde generazioni, il disagio giovanile e i pericoli della rete. «Parliamo di una generazione di giovani nati e cresciuti in questo Paese, che hanno studiato qui e si sentono italiani al cento per cento. È sbagliato – sostiene Enniya – attribuirgli l’etichetta di marocchino. Bisogna piuttosto interrogarsi sulle radici del malcontento di questi giovani, indipendentemente dal Paese d’origine delle loro famiglie».
Per Enniya, insomma, il punto non è la provenienza, ma la necessità di comprendere che cosa possa alimentare il disagio e come riconoscerlo prima che sfoci in comportamenti preoccupanti. Il suo telefono ieri ha continuato a squillare. In tanti gli hanno chiesto se conoscesse Siher, ma la risposta è stata sempre la stessa: «Credo non frequentasse molto la nostra provincia».
Enniya, 62 anni, in Italia dal 1989, allarga quindi il discorso ai rischi della rete, dove il disagio può trovare spazio e amplificarsi. Invoca maggiori controlli, ma richiama soprattutto l’importanza dell’educazione, del dialogo e della capacità di intercettare eventuali campanelli d’allarme: «Bisogna prestare attenzione a chi si chiude in se stesso e smette di dialogare. Dietro una tastiera si può andare ovunque».
Una riflessione che si lega anche al ruolo dei centri culturali islamici, impegnati a coinvolgere le nuove generazioni: «Non vogliamo siano considerati solo luoghi di preghiera, ma anche spazi di incontro e di apertura. Luoghi di socialità autentica».



