Ruggeri: «Con Armani ho imparato che l’eleganza è un gesto umano»

Il ricordo del giornalista di moda bresciano: «Lo incontrai per la prima volta a Londra, era una vera incarnazione del multitasking all’italiana»
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Angelo Ruggeri ricorda Giorgio Armani
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Pubblichiamo di seguito un ricordo di Giorgio Armani, l’iconico stilista morto ieri all’età di 91 anni, firmato da Angelo Ruggeri, giornalista di moda bresciano.

«Tutti pensano che io l’abbia incontrato per la prima volta a Milano. E invece no: fu a Londra, anni fa, poco prima di una sua sfilata di Emporio Armani. Ricordo ancora la sua battuta ironica: “Questa collezione celebra i colori degli abiti di Sua Maestà la Regina Elisabetta”. Io ero un giovane giornalista, agli inizi, con l’incarico di raccontare le passerelle londinesi per MF Fashion. Lui era già una leggenda, ma capace di circondarsi sempre delle stesse persone fidate: il suo assistente Paul, la direttrice della comunicazione Anushka, il compagno Leo.

In quell’occasione mi prese la mano con una stretta ferma, intensa, e con un sorriso che sapeva di incoraggiamento disse: “Sei giovane per fare il giornalista in un mondo come questo. Vuol dire che devi essere davvero bravo”. Da quel giorno non passò Natale senza che mi arrivasse un suo biglietto scritto a mano. Un gesto semplice, eppure carico di un’eleganza e di un’umanità che non dimenticherò mai.

Giorgio Armani non era solo un imprenditore o un creativo, era una vera incarnazione del “multitasking” all’italiana. C’era lo stilista rigoroso, certo, ma anche l’appassionato di basket che non mancava una partita nel weekend, il viaggiatore curioso dell’Oriente, l’uomo orgoglioso delle sue case straordinarie: quella di Pantelleria con le palme che sfidavano il cielo, la residenza di via Borgonuovo a Milano, in piena Brera, la villa sospesa tra mare e cielo ad Antigua, lo chalet tra le montagne a St. Moritz.

E poi lo yacht strepitoso Main: l’ho visitato a Venezia, durante un Festival del cinema. Aveva organizzato un party per la stampa e gli amici della maison, e lì, tra le luci riflesse sull’acqua, si respirava il suo concetto di bellezza, sobria e senza tempo. Ma ciò che resterà per sempre impresso in me è la sua umanità. Lo si poteva incontrare in boutique, intento a controllare una vetrina, oppure a scambiare chiacchiere leggere con le sarte, o ancora seduto accanto all’autista, mai dietro, nelle vie del centro di Milano.

Mi mancherà quella sua idea di “comfort zone” nell’abbigliamento: il blu navy che sostituiva il nero, i toni pastello al posto degli eccessi, i tailleur dal taglio maschile che hanno fatto sognare tutte le star sui red carpet, e le sue sfilate della domenica mattina: appuntamenti che sapevano trasformarsi in rituali intimi e solenni. Tra un caffè al bar e Julia Roberts seduta in prima fila».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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