Cronaca

Morte di Mirko Serpelloni: condanna e processo per il datore di lavoro

Il giovane operaio morì a 27 anni a Manerbio precipitando dal tetto di un capannone. Ieri l’udienza preliminare. La mamma: «Sono state rionosciute le responsabilità e punite le condotte sbagliate»
Pierpaolo Prati

Pierpaolo Prati

Giornalista

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Morto sul lavoro, una condanna

Una condanna a tre anni e 4 mesi di reclusione e un rinvio a giudizio. Questo il bilancio con il quale si è chiusa l’udienza preliminare a carico del datore di lavoro di Mirko Serpelloni e del titolare dell’azienda nella quale, il 6 settembre di due anni fa, il giovane operaio era impegnato in un intervento di riparazione che si rivelò fatale (del caso si occupò anche la trasmissione Messi a fuoco).

Serpelloni precipitò dal tetto del capannone della Errepi di Manerbio mentre stava cercando di sistemare la copertura lesionata da una delle trombe d’aria che quell’estate colpì la provincia. Un lucernario non resse il suo peso e si aprì sotto i suoi piedi. Mirko fece un volo di diversi metri. Fu vittima di un terribile schianto. Portato alla clinica Poliambulanza in elisoccorso lottò tra la vita e la morte per cinque giorni in terapia intensiva, ma non riuscì a sopravvivere alle lesioni provocate dall’impatto con il suolo.

Per il suo omicidio colposo sono stati chiamati a rispondere Saverio Bettinelli, della Bettinelli Group di Robecco d’Oglio, e il proprietario dell’azienda e del capannone teatro dell’incidente mortale. Il primo ha scelto di farsi processare in abbreviato. Per lui l’accusa ha chiesto due anni e 4 mesi di reclusione, ha ottenuto un anno in più. Il secondo invece è stato rinviato a giudizio: sarà in aula per il dibattimento a partire dal prossimo 28 marzo.

La reazione

In aula in quell’occasione, proprio come ieri, ci sarà anche mamma Maruska. «Ieri, per la prima volta dal 6 settembre di due anni fa - ci ha detto la madre del giovane operaio - ho fatto un sorriso. Avevo paura di non riuscire a dare nemmeno un pizzico di giustizia a mio figlio. Così non è stato. Anzi la condanna è stata anche più pesante di quella che aveva chiesto l’accusa. Certo questa sentenza non compensa per nulla il dolore che si prova per la perdita di un figlio, ma se non altro - ha concluso mamma Maruska - sono state riconosciute delle responsabilità e punite delle condotte sbagliate. E per questo non posso che essere soddisfatta». 

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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