L’ex dipendente: «Uscivo in pigiama per andare alle slot del bar»

«Il gioco mi aveva tolto la voglia di vivere, mi aveva isolato dal mondo, dagli amici, dalla famiglia: per anni il mio pensiero fisso è stato giocare, giocare e rigiocare. Anche in pigiama, al bar. Anche al costo di vendere una casa a trentamila euro per cancellare al volo un debito». A raccontarlo è una sessantenne ospite del centro residenziale per disturbi da gioco d’azzardo patologico «Fantasina – Regina di cuori» di Cellatica.
La prima volta
Aveva 48 anni ed era la proprietaria di un ristorante (che ora non ha più) quando ha iniziato a giocare: «Ricordo benissimo la prima volta: ero in pausa, in un bar, con il nostro cuoco. Lui stava usando una slot, quando mi ha detto di continuare a premere i tasti perché doveva andare in bagno. È stata fatta: da quel momento in poi ho giocato, ogni giorno, per oltre dieci anni». I familiari, inizialmente, non sapevano nulla: «Uscivo da casa anche in pigiama per andare al bar e rientravo all’una, quando abbassavano la serranda. Non mi interessava fare i mestieri o preparare il pranzo: a mio marito dicevo che avevo trovato la coda in banca o che mi ero fermata a bere un aperitivo con un’amica».
Le bugie, però, si sa, hanno le gambe corte. E il tunnel in cui questa donna era entrata si faceva sempre più nero: «Sono arrivata a bruciare anche 700 euro al giorno. Se non vincevo la mattina tornavo nel pomeriggio e poi di notte stavo sveglia in preda ai sensi di colpa. Ho chiesto denaro a chiunque: al barista, agli amici, persino al prete. E per un debito ho svenduto a 30mila euro un appartamento che ne valeva oltre 150mila».
In casa la situazione era diventata molto tesa: «Mio figlio aveva smesso di farmi vedere la sua bambina, che per sei anni avevo cresciuto. Io non capivo nulla: ero succube del gioco, non parlavo con nessuno, ero depressa». I familiari, disperati, l’hanno messa davanti a un bivio: o ti curi o non ci vediamo più. Non è stato facile farsi seguire da specialisti: «Parlando sono riemersi i problemi che mi avevano fatto avvicinare al gioco. Mi riferisco all’incidente stradale che aveva segnato la mia vita portandomi ad avere tante paure».
La risalita
La donna è stata ricoverata per un mese in una struttura fuori provincia, poi è arrivata al centro di Cellatica della Cooperativa di Bessimo. «Qui mi trovo bene, non penso al gioco e nemmeno al cellulare. Sento i miei familiari e la domenica esco a pranzo con loro. Sto tornando quella di prima e riesco a parlare del mio problema. Vedo, insomma, la luce in fondo al tunnel». Volentieri ci ha riferito la sua storia nella speranza che possa servire ad altre persone: «Fatevi aiutare - è il suo consiglio -. Il gioco rovina la vita».
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