Cronaca

All’intelligenza artificiale riveliamo segreti che non diciamo a nessuno

Dal 27 maggio Meta addestrerà i suoi modelli con le informazioni degli utenti: si torna così a parlare di privacy
Stefano Zanotti

Stefano Zanotti

Giornalista

Tra macchine e umani
Tra macchine e umani

Il 27 maggio la piattaforma Meta inizierà ad addestrare i propri modelli di intelligenza artificiale con i contenuti pubblici condivisi dagli utenti maggiorenni dell’Unione europea. Cosa vuol dire? Semplificando: ciò che viene pubblicato sui vari canali social potrà essere utilizzato dall’azienda di Mark Zuckerberg per insegnare al modello di AI come interpretare e classificare le informazioni, così da dare poi risposte più precise e puntuali alle richieste degli utenti. Questo fa sapere Meta.

È bene precisare immediatamente: si può negare il consenso ed evitare che l’azienda utilizzi i dati pubblici. Per farlo si devono compilare dei moduli che si trovano sui siti dei social media. Qui quello per Facebook, qui quello per Instagram e qui quello per tutti coloro che non utilizzano gli strumenti Meta

Le informazioni

Un discorso diverso è da fare per WhatsApp. L’applicazione di messaggistica non utilizzerà i messaggi privati scambiati tra gli utenti, ma solamente quelli che le persone scriveranno all’intelligenza artificiale.

«Questo aspetto non deve passare sottotraccia – spiega Alberto Signoroni, professore di Sistemi di elaborazione delle Informazioni all’Università di Brescia –. I dati che condividiamo con l’AI vengono usati da Meta, indipendentemente che siano di maggiorenni o minorenni. L’azienda precisa che non verranno toccate le conversazioni private, ma così si nasconde un concetto importantissimo: le conversazioni con l’intelligenza artificiale sono private. Ancor di più rispetto a quelle che abbiamo con amici e parenti. All’Ai diciamo qualsiasi cosa, siamo molto intimi. È proprio questo il punto cruciale: quello che viene pubblicato dagli utenti è per natura già pubblico, mentre tutto ciò che viene condiviso con l’intelligenza artificiale è decisamente privato. Questa mi sembra una contraddizione rispetto all’attenzione che c’è sull’utilizzo dei dati sensibili».

Dubbi

Ma quali sono i pericoli in cui si può incappare quando si condividono informazioni riservate con l’intelligenza artificiale? Questa è una delle tante domande che le persone si pongono. Alcune –più diffidenti – non ci interagiscono, altre – meno spaventate – utilizzano con regolarità l’AI. «Ci sono però anche tantissime opportunità: bisogna saper sfruttare quelle e lavorare sui pericoli –precisa Signoroni –. Ci hanno dato in mano l’intelligenza artificiale con estrema semplicità, peggio di quanto è accaduto con gli smartphone e con internet. Forse i problemi più grossi devono ancora arrivare e riguarderanno chi con l’AI ci nascerà e non svilupperà vere competenze. Adesso dobbiamo pensare che un’azienda utilizza i dati forniti per massimizzare il suo profitto. Magari facendo leva su argomenti che riteniamo delicati. Si potrebbe arrivare a un grado di confidenza molto elevato con l’AI: in ambito medico potremmo accettare i suoi consigli e decidere di non seguire più quelli dei dottori».

Insomma, un’infinità di applicazioni, ma anche tantissime prospettive ancora da indagare. L’intelligenza artificiale utilizza i dati che le vengono forniti per migliorarsi: ormai ne parliamo come se fosse una persona a tutti gli effetti. Un confidente che non ci giudica e (forse) mantiene i nostri segreti.

«Ecco, si tende ad antropizzare tutto e invece bisognerebbe distinguere. L’intelligenza artificiale non ha autoconsapevolezza. Però dal punto di vista dei meccanismi l’AI apprezza di più le cose che non conosce ancora, quelle nuove. Mentre i dati che le interessano maggiormente possono essere molto vari: dipendono dai modelli di business delle aziende che la utilizzano». 

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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