Cronaca

Garlasco, le magistrate bresciane rinunciano ai fascicoli su Venditti

Una scelta che sarebbe il culmine di differenti vedute con il procuratore capo di Brescia Francesco Prete
Andrea Cittadini

Andrea Cittadini

Vicecaporedattore

L'ex procuratore di Pavia Mario Venditti a Brescia - © www.giornaledibrescia.it
L'ex procuratore di Pavia Mario Venditti a Brescia - © www.giornaledibrescia.it

Terremoto nelle inchieste bresciane collegate al caso Garlasco. I due sostituti procuratori Claudia Moregola e Chiara Bonfadini hanno depositato istanza di rinuncia ai fascicoli portati avanti negli ultimi mesi relativi alla presunta corruzione dell’ex procuratore aggiunto di Pavia Venditti e quello relativo a quello che è stato definito il «sistema Pavia».

Una scelta che sarebbe il culmine di differenti vedute tra le due magistrate e il procuratore capo di Brescia Francesco Prete. Il cambio di pm è già avvenuto: i fascicolo sono ora affidati ai colleghi Donato Greco e Alessio Bernardi.

La differenza di vedute tra pm e procuratore non riguarda il merito dell’inchiesta ma la motivazione dei criteri selettivi del materiale da ricercare nei dispositivi sequestrati.

In procura

Il terremoto in Procura a Brescia arriva dopo il deposito delle motivazioni con cui la cassazione ha rigettato i ricorsi della procura di Brescia contro la decisione del riesame che aveva restituito all’ex procuratore aggiunto di Pavia i dispositivi informatici sequestrati nell’ambito delle inchieste bresciane collegate all’omicidio Garlasco.

«È necessario che la parte precisi quale sia l'interesse, concreto e attuale, alla esclusiva disponibilità dei dati contenuti in un dispositivo elettronico sottoposto a sequestro». Per la Cassazione «la delimitazione dell'ambito dei dati acquisibili in quanto utili alle indagini risulta sostanzialmente sovrapponibile all'oggetto dell'indagine, i due piani vengono confusi, mentre devono essere mantenuti distinti. Ne consegue, allora, che il vincolo reale non è stato ab origine commisurato alla esigenza di estrapolare da un vasto insieme informativo i soli dati informatici realmente strumentali alla ricerca della prova e questo palesa il carattere marcatamente esplorativo del sequestro probatorio disposto».

In conclusione per la Cassazione «la motivazione del sequestro disposto dal pubblico ministero – come correttamente evidenziato dal Tribunale del riesame – non è stata configurata in modo da rispettare all’origine il canone di proporzionalità perché non individua appositi e circoscritti criteri di selezione, ma affascia indebitamente in un unicum il tema di indagine e il criterio di selezione dei dati da estrapolare».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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