Cronaca

Fratelli bresciani: «Volevamo sterminare la nostra famiglia». Ora ripartono

L’intervista ai due che a 17 anni avevano cercato di ammazzare con un’ascia la sorella. «In famiglia solo botte e violenza» raccontano. Dopo il carcere sono impegnati in una parrocchia della città. «Finalmente sentiamo la fiducia»
Andrea Cittadini

Andrea Cittadini

Vicecaporedattore

I due gemelli davanti ai libri nella canonica della parrocchia che li ospita - © www.giornaledibrescia.it
I due gemelli davanti ai libri nella canonica della parrocchia che li ospita - © www.giornaledibrescia.it

Davanti alle preoccupazioni, legittime, di alcuni genitori, il parroco aveva risposto: «Io mi fido di loro, se voi non vi fidate di me, cambiate oratorio». La fiducia è alla base della nuova vita di due gemelli bresciani che – oggi hanno 22 anni – si sono messi alle spalle, scontando la condanna, una storia tanto brutta quanto pesante. A 17 anni avevano tentato di uccidere la sorella, di notte, con un’ascia.

Dalla scorsa primavera vivono in una parrocchia della città. Volontari, animatori, braccia per i piccoli lavori di tutti i giorni. «Se la canonica è stata ristrutturata è grazie a loro», assicura il parroco, che aggiunge: «Per me questo è essere Chiesa. L’ho detto anche al Vescovo e ai miei superiori».

Marco e Matteo non sono passati inosservati, e non tanto per le braccia tatuate fino ai polsi. Hanno un segno particolare con il quale, in questa fase, devono convivere: il braccialetto elettronico alla caviglia, disposto dal tribunale dopo l’uscita dal carcere, per evitare che i due possano avvicinarsi a casa. «Ma è proprio l’ultimo dei nostri pensieri quello di andare dalla famiglia», assicurano.

Matteo, Marco, che estate avete trascorso?

«Rilassata e inaspettata. Un anno fa mai avremmo pensato di poter vivere in un contesto di serenità. Siamo stati sul lago di Como in vacanza con il parroco e poi con i ragazzi al mare. E poi abbiamo fatto un sacco di lavori di manutenzione tra parrocchia e oratorio».

Come è nato il rapporto con il sacerdote che vi ha aperto le porte?

«Grazie a un’educatrice che ci ha fatto conoscere il don e gli ha chiesto se, in qualche modo, poteva aiutarci a dare un senso alla nostra vita. Lui ha consultato un po’ di persone, ha avuto il via libera e, alla fine, ci ha dato questa grande opportunità».

Altrimenti la vostra vita come sarebbe stata?

Se il don non ci avesse ospitati, c’erano solo altre due possibilità quando siamo usciti dal carcere: vivere con dei clandestini e fare la vita alla giornata, oppure andare a fare una rapina e sperare di non essere beccati.

Ci avete mai pensato a delinquere?

«Non ci sarebbe stata un’altra strada. Non avevamo soldi, non avevamo un lavoro e neppure una famiglia».

Siete stati due anni in carcere minorile e poi qualche settimana in quello degli adulti. Che esperienza è stata?

«Eravamo divisi e praticamente sempre in strutture minorili. Uno a Firenze e l’altro al Beccaria di Milano. Diciamo che è andata bene perché non ci è successo nulla, mentre a molti che abbiamo conosciuto non è andata proprio così».

Entrambi avete il braccialetto elettronico alla caviglia. Avvertite un pregiudizio nei vostri confronti?

«Lo vedono tutti. La gente a volte fa un po’ troppe domande e non possiamo dire esattamente quello che abbiamo fatto. Non per vergogna, ma perché sappiamo cosa scatterebbe nella testa delle persone. Però siamo stati accolti benissimo. Mai avuto un problema. I bambini vogliono giocare con noi, anche se poi magari li senti dire ad alta voce: “Quelli sono stati in carcere”. Non fa piacere, ma è la verità. Poi è normale che una mamma possa dire ai suoi figli: “Non giocate con loro”. Vabbè, è comprensibile, però fin qui abbiamo incontrato tutte persone di cuore».

Vi pesa quindi il braccialetto elettronico?

«Per un motivo soprattutto: non ti prende nessuno a lavorare con il braccialetto elettronico. Prima di venire qui in oratorio, abbiamo girato per hotel e ristoranti di Rimini. Dicevano di sì, poi, quando vedevano la caviglia, ci accompagnavano all’uscita. Alcuni hanno chiesto il motivo, ma non potevamo dire: "Siamo stati in carcere per tentato omicidio perché una notte abbiamo preso un’ascia e colpito nostra sorella"».

Il braccialetto elettronico che i due gemelli sono obbligati a portare - © www.giornaledibrescia.it
Il braccialetto elettronico che i due gemelli sono obbligati a portare - © www.giornaledibrescia.it

Torniamo a quella notte. Perché lo avete fatto?

«Di certo non ci siamo alzati la notte e, di punto in bianco, abbiamo deciso di fare quello che abbiamo fatto. Siamo esplosi dopo 13-14 anni di violenza, di botte in casa. Siamo stati sminuiti, attaccati, mai considerati, umiliati. Non ci volevano in famiglia, ma la cosa più grave sono state le botte prese. Quindi, da una parte, è colpa nostra, ma ci hanno fatto arrivare a quel punto. Poi noi abbiamo sbagliato, su questo non c’è dubbio».

Ma perché colpire vostra sorella?

«Non l’ho detto neanche ai giudici, ma ci sono arrivato con il tempo: perché la persona preferita da mio padre era mia sorella. Però siamo onesti: avremmo voluto uccidere tutta la nostra famiglia, sterminarla. Il nostro piano era quello. Poi, dopo averla colpita con l’ascia e un coltello, ci siamo fermati perché ci siamo resi conto di quello che stavamo commettendo e abbiamo chiamato i genitori. Stavamo uccidendo una persona e ci siamo fermati dicendoci: "Siamo a posto così". Se avessimo voluto, avremmo ammazzato anche nostro padre e nostra madre».

Non avete pensato di andare via da casa senza arrivare a tanta violenza?

«A 17 anni i ragionamenti non sono quelli di un adulto. Non pensi alle conseguenze. Poi certo, con il senno di poi, avevamo altri mille modi per gestire la situazione. E, se potessimo tornare indietro, non so come ci saremmo comportati».

Vostra ha sorella vi ha perdonato?

«Sì, la sentiamo ogni tanto al telefono. Ci ha fatto gli auguri ad agosto per il compleanno, ma noi facciamo la nostra vita e lei la sua».

Vi manca la famiglia?

«Non ci siamo mai sentiti parte di quella famiglia. Quella roba non era famiglia. E oggi, grazie al don che ci ha dato fiducia, per la prima volta possiamo programmare il presente e il futuro».

MARCO: Sono convinto che sto meglio io dei miei genitori. Perché io finalmente ho una prospettiva, ma loro hanno perso due figli che hanno voluto denunciare».

I genitori vi hanno denunciato per minacce nei loro confronti quando siete usciti dal carcere. E in autunno avrete un nuovo processo.

«Tornare a casa dopo aver scontato la condanna è stato l’errore più grande che potevamo fare, perché ha significato tornare in un incubo. Ed era scontato che saremmo arrivati a quel punto. Non abbiamo minacciato i genitori: abbiamo lasciato loro un biglietto con scritto che, se avessimo voluto, quella maledetta notte, a 17 anni, avremmo potuto ucciderli. È un dato di fatto che abbiamo provato odio nei loro confronti per quello che ci hanno fatto vivere. Ora, però, non li consideriamo più. Come se fossero sconosciuti. Non so come andrà il processo e sappiamo che potremmo finire di nuovo in carcere, se condannati, ma vogliamo ripartire».

Adesso il futuro come lo vedete?

Marco: «Io adesso inizio la scuola il primo ottobre e seguirò le lezioni online. Voglio studiare finanza e marketing»

Matteo: «Con il don si sta parlando di creare uno spazio dove aggiustare le biciclette, ma vorrei studiare come personal trainer e nutrizionista. Ho avuto un paio di colloqui in palestra, ma quando poi in pantaloncini corti è spuntato il braccialetto elettronico, è saltato tutto».

E ora la vostra ripartenza si basa sulla fiducia...

«Non siamo stupidi e sappiamo che non possiamo sbagliare così come siamo consapevoli che l’opportunità che ci è stata data non capita a tutti quelli che escono dal carcere. Fiducia e rispetto sono alla base della nostra nuova vita».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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