Fotovoltaico, Legambiente: «Cambio di cultura per ridurre la domanda»

«L’agrivoltaico può essere una grande opportunità, soprattutto per l’agricoltore, ma anche un grande rischio, se realizzato male. Non è però ammissibile il calo della produzione agricola». È questa in sintesi la posizione di Legambiente Lombardia sul tema della produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili e il consumo di suolo. L’agrivoltaico non rappresenta, però, «l’uovo di Colombo» secondo Damiano Di Simine, responsabile scientifico di Legambiente Lombardia, nel senso che non può essere immaginato come soluzione sulla quale puntare per risolvere il tema del fabbisogno energetico nazionale.
Gli «utility scale»
«Può essere una soluzione per ottimizzare il reddito agricolo, ma solo se fatto con questa visione. Un modo di produrre energia che non è proprio in economia di mercato, ma necessita di aiuto pubblico che dovrebbe andare all’agricoltore». Altra cosa sono, invece, gli «utility scale», impianti fotovoltaici di grandi dimensioni, «che massificano la produzione energetica, ma hanno un impatto col paesaggio che non è compatibile con l’agricoltura».
Cambio di cultura
Ciò non toglie che, se fatto bene, anche un impianto fotovoltaico a terra, «ha i suoi vantaggi, per esempio può creare biodiversità. La pianura bresciana coltivata a monocultura mais, che è un disastro, beneficerebbe se avesse degli ettari a fotovoltaico puro, messo a verde, tipo giardino, sul quale far pascolare le pecore, come accade in altri Paese europei, o allevare api». Secondo Legambiente, però, centrale rimane il tema del consumo di energia e della domanda che cresce di pari passo con la produzione: «Se continuiamo ad avere case che disperdono energia o implementiamo la motorizzazione elettrica per singoli rispetto a quella collettiva, l’energia prodotta non ci basterà mai. Serve un cambio di cultura per ridurre la domanda».
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