C’è un filo invisibile ma d’acciaio che lega la vetta del monte Guglielmo alla Chiesa universale passando per la devozione dei bresciani, e di uno in particolare: Giovanni Battista Montini. Bresciani che ogni anno rinnovano il legame con un pellegrinaggio.

La festa al Redentore - organizzata dall’Associazione culturale Redentore Gölem di Gardone Val Trompia - ha portato anche ieri decine di persone in cima alla montagna. La messa è stata celebrata da mons. Carlo Bresciani («anche il cammino della fede è una salita ricca di fatica e soddisfazioni»), che ha ricordato la storia di quel luogo, perché lassù, a quasi duemila metri, dove si incontrano i venti della Valtrompia e del lago d’Iseo, il monumento al Redentore non è soltanto un simbolo potente e simbolico di fede, ma è anche il custode di una memoria intima che si intreccia, appunto, con la famiglia Montini.

Il nuovo secolo
La storia della chiesetta ha inizio sul finire del XIX secolo. Papa Leone XIII, per celebrare l’ingresso nel Novecento, lancia un’idea ambiziosa: erigere venti monumenti al Redentore sulle vette più alte della penisola. Per la Lombardia la scelta cade sul profilo inconfondibile del Gölem. A guidare il comitato bresciano per la costruzione viene chiamato Giorgio Montini, giornalista e figura di spicco del cattolicesimo sociale.

A dorso di mulo
Fu un’impresa titanica per l’epoca: quintali di materiale vennero trasportati a dorso di mulo lungo sentieri impervi. Il 24 agosto 1902, davanti a una folla oceanica di diecimila fedeli, il monumento viene finalmente inaugurato. In prima fila, vestito con l’abito bianco da chierichetto, c’è un bambino di soli quattro anni e mezzo. È il piccolo Giovanni Battista. Ha affrontato la salita insieme al fratello Lodovico, alla nonna e al padre Giorgio. Quell’aria frizzante di montagna e la solennità della chiesetta di pietra rimarranno impresse per sempre nella mente del futuro pontefice. Il legame con il Guglielmo, come del resto quello con Brescia, non si spezzerà mai.

La rinascita
Negli anni Sessanta, l’usura del tempo e il clima severo d’alta quota riducono il Redentore a un rudere pericolante. Ma Paolo VI non ha certo dimenticato le sue radici. Nel dicembre del 1963, a pochi mesi dalla sua elezione, Montini riceve in udienza i vertici della Diocesi di Brescia e pronuncia parole chiare: il monumento del padre va salvato. A settembre del 1966, sessant’anni fa, il Redentore rinasce a nuova vita, grazie al sostegno morale e affettivo del Papa. Da anni una statua di san Paolo VI guarda il Redentore, per un legame che ora è eterno.



