La Farnesina avverte gli italiani: «Chi può lasci l'Iran»

Diplomazia in campo per promuovere il dialogo e garantire la sicurezza dei connazionali. Trump: «Le uccisioni si sono fermate»
Il ministro degli Esteri Antonio Tajani - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Il ministro degli Esteri Antonio Tajani - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
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I circa 600 italiani attualmente presenti in Iran sono «la prima preoccupazione» del governo. E mentre si rincorrono indiscrezioni inquietanti su un imminente attacco statunitense sulla Repubblica islamica, Antonio Tajani ha convocato alla Farnesina una riunione con dirigenti del ministero, della Difesa, della sicurezza italiana, con l'ambasciatrice d'Italia a Teheran e con gli ambasciatori nelle principali capitali interessate alla attuale crisi.

Ribadendo con forza l'invito a lasciare immediatamente il Paese ai connazionali che possono farlo, mentre per oltre 900 membri delle forze armate italiane nell'area – circa 500 unità in Iraq e 400 in Kuwait – si stanno adottando misure precauzionali a tutela del personale militare.

Sicurezza

Se la riunione al ministero si è posta da una parte l'obiettivo più ampio di valutare «le implicazioni geopolitiche» della crisi iraniana e il ruolo che può giocare l'Italia, la priorità «sono i cittadini italiani» e «come garantire la loro sicurezza», ha sottolineato il titolare della Farnesina. «Perché in un momento di così grande tensione dobbiamo preoccuparci innanzitutto della sicurezza degli italiani. È quello che facciamo sempre in qualsiasi crisi internazionale, che sia legata alle vicende politiche o a tragedie più importanti a Crans-Montana: la prima preoccupazione, la prima cosa che facciamo è vedere come tutelare nel modo migliore i nostri concittadini».

Più in generale, «ci preoccupa moltissimo quello che accade in Iran», ha chiarito Tajani. «Abbiamo detto in maniera molto chiara anche all'ambasciatore di Teheran a Roma – convocato alla Farnesina per un colloquio con la direttrice per gli Affari Politici Cecilia Piccioni – che la repressione non può essere di violenza inaudita. Non vogliamo che ci siano pene di morte». La reazione prevedibile di Teheran è stata la contro-convocazione della nostra ambasciatrice in Iran Paola Amadei, che già nei giorni scorsi era stata convocata insieme ai colleghi di Germania, Francia e Gran Bretagna di stanza a Teheran, per un briefing in cui le autorità iraniane hanno deplorato il sostegno espresso dai Paesi occidentali ai manifestanti iraniani.

Diplomazia

Mentre sale la tensione, l'impegno dell'Italia è quello di «utilizzare tutte le armi diplomatiche che abbiamo per cercare di convincere le autorità di Teheran ad avere un atteggiamento diverso nei confronti della popolazione civile», ha sottolineato Tajani, facendo leva sul ruolo da tempo assunto dall'Italia come interlocutore privilegiato nei rapporti tra Iran e Occidente.

E in questo senso, «non tocca a noi decidere chi governerà l'Iran in futuro» e «l'Italia non ha parlato con Reza Pahlavi, figlio esiliato dell'ultimo scià», ha chiarito Tajani. «Noi vogliamo soltanto che ci sia una transizione democratica e non la pena di morte per reprimere le opposizioni. Poi tocca agli iraniani decidere il loro destino, non tocca a noi imporre questo o quello».

Trump

«Siamo stati informati in modo piuttosto forte che le uccisioni in Iran stanno cessando e non c'è alcun piano per le esecuzioni», ha detto Trump notando che sul tema si stava parlando molto negli ultimi giorni. «Oggi sarebbe stato il giorno delle esecuzioni», ha aggiunto. Trump ha quindi precisato che sarebbe molto deluso se l'informazione non si rivelasse vera.

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