L’errore di Giacomo Bozzoli che ha portato al suo arresto

Il 39enne ha provato a mettersi in contatto con qualcuno dei suoi familiari, verosimilmente con una telefonata. Ad allertare gli inquirenti anche l’accensione dell’aria condizionata
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Bozzoli: i tre errori fatali
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Giacomo Bozzoli ha commesso una leggerezza. Un errore che è stato fatale per la sua latitanza. Con il passare delle ore emergono sempre più dettagli, anche se molti altri sono mantenuti sotto stretto riserbo, su cosa abbia impresso la svolta decisiva alla caccia al latitante.

Giovedì mattina alle 5.30 è entrato in funzione uno dei sistemi installati dagli inquirenti per rilevare la possibile presenza del 39enne condannato in via definitiva per l’omicidio dello zio Mario e la distruzione del suo cadavere nel forno della fonderia di famiglia.

Verosimilmente Giacomo ha provato a mettersi in contatto, forse con una telefonata, con qualcuno dei suoi familiari, usando un qualche strumento elettronico: forse un tablet senza Sim Card. I loro telefoni erano evidentemente sotto controllo e il tentativo di contatto da parte di uno strumento sconosciuto ha fatto scattare tutti gli allarmi, soprattutto quando si è capito che lo strumento in questione era localizzato in provincia di Brescia. Ad allertare gli inquirenti sarebbe stata anche l’aria condizionata, che Bozzoli aveva acceso al rientro a Soiano.

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Il procuratore Prete: «Ha sentito il bisogno di riallacciare i rapporti con il figlio»

Troppe coincidenze per non credere che qualcosa si stesse muovendo, soprattutto poche ore dopo che il figlio di nove anni era stato sentito in Procura. «La pressione che è stata messa al latitante ha dato i suoi frutti, ha commesso un errore» spiega uno degli investigatori.

A quel punto la caccia all’uomo ha smesso di essere su scala internazionale e si è concentrata sulla nostra provincia. Gli inquirenti si convincono che Giacomo Bozzoli voglia incontrare il figlio, magari addirittura portarlo via insieme a lui per le prossime tappe della latitanza.

Immediatamente viene disposta la sorveglianza attiva su tutte le proprietà della famiglia: le case di Soiano, Brescia e Marcheno ma anche tutte le aziende e pure la casa in montagna in Val Gardena.

Nel primo pomeriggio il secondo elemento. Quello dirimente. Una delle telecamere di sorveglianza della villa di Soiano è improvvisamente andata «a nero», ha smesso di inquadrare la porzione di esterno dell’abitazione di propria competenza. La stessa cosa che era successa la sera dell’otto ottobre nella fonderia di Marcheno quando le telecamere erano state spostate.

Per Carabinieri e Procura è stato il segnale che il fuggitivo era sul posto. La villa è stata circondata e c’è stata l’irruzione. La perquisizione, stanza dopo stanza, ha portato a localizzare Giacomo Bozzoli nel cassone del letto matrimoniale.

Ora le indagini ripartono a ritroso. Il latitante è con tutta probabilità arrivato a Soiano pagando in contanti autisti diretti verso l’Italia, poi verso la Lombardia e infine verso il Garda. Camionisti o viaggiatori incontrati nelle aree di servizio e si sarebbe fatto portare vicino a casa. Gli inquirenti stanno esaminando i dati dei portali di lettura targhe alla ricerca del possibile «passeur» per ricostruirne gli spostamenti e tracciare così il percorso, e la rete dei possibili sostenitori, di Giacomo Bozzoli dalla Spagna all’Italia.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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